Quando leggere il cellulare di nascosto è magia nera

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Abusare di magia per investigare le intenzioni del prossimo: anche leggere il cellulare di nascosto
Leggere di nascosto il cellulare del compagno – anche se si hanno dei sospetti- è un atto di magia nera: si “legge” nella sua anima le sue intime intenzioni, usando un mezzo elettronico.
Un mago nero legge nella mente, di nascosto. Il principio è però lo stesso: si fa magia nera tramite poteri “elettronici”. Chi viola la libertà e l’intimità di altro deve attendersi “compensazioni” dalle forze del cosmo, che vadano a “punire” un atto “Nero” come compiuto da un mago nero.
Se vogliamo risolvere le questioni, dobbiamo usare le ordinarie facoltà umane, non ricorrere ad artifizi e superpoteri.
Se “temiamo” che l’altro ci tradisca non è necessario che egli ci consegni il cellulare in segno di fiducia. Spesso c’è chi dice: “se non hai nulla da nascondere non hai nulla da temere”. Ma se qualcuno ci dicesse: “ho la capacità di entrare dentro di te, di leggere i tuoi pensieri e sentimenti. Se non hai nulla da nascondere, permettimi di entrare prenderne possesso.” Lo concederemmo?
E’ davvero interessante quanto sia “acrobatico” il pensare umano che pur davanti ad una regola occulta, sia capace di “inventarsi” giustificazioni pur di sentirsi legittimato a “spiare” la coscienza degli altri.
PER FORTUNA non tutti hanno capacità di leggere nella mente: altrimenti MOLTI la userebbero per rubare per “scrutare” nelle menti altrui.
E’ interessante come TUTTI possano essere d’accordo nel ritenere MALE leggere nel pensiero altrui: mentre per MOLTI sia ALTRA cosa spiare il cellulare o le lettere altrui: quale è la differenza?
Mi piacerebbe comprendere se si trova giusto poter spiare l’altro, se si hanno sospetti. Lo si fa per salvare l’amore reciproco o per paura di essere presi in giro?
Spiare è mancare di rispetto all’individuo: e richiama dal cosmo un azione compensatrice punitrice, che esegue per via naturale il cosmo stesso.
Qualsiasi sia la ragione, guardare -a sua insaputa- dentro l’anima dell’altro è sempre un atto di prevaricazione e di prepotenza. Se ci si vuole giustificare “inneggiando” ad una buona causa, bisognerebbe a tutta prima chiedersi se quella “buona causa” sia per il nostro bene o se per il bene dell’altro. Spesso è SOLO per timore di venire imbrogliati.
A mio parere, leggere dentro l’anima altrui -qualsiasi cosa vi sia- è un terribile senso di sfiducia che si ha nell’altro. Ci si dovrebbe chiedere: ma se ho tanta sfiducia, perchè resto qui? Voglio amare nel bene e nel male, o voglio trovare i moventi per legittimare una condanna verso l’altro che possa onorarmi del mio orgoglio di essere?
Ci sono persone che dicono: puoi leggere quando vuoi il mio cellulare, non ho nulla da nascondere: spesso queste non quelle piu morali, ma coloro che cancellano subito i messaggi sul cellulare compromettenti. Sono “furbe” non morali. Cosa facciamo quindi in questo caso?
Tiziano Bellucci
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IL TERZO “IO”: l’uomo angelo

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IL TERZO “IO”: l’uomo angelo

Esistono tre “io”: l’inferiore, il superiore e il vero io.

–          L’io inferiore o ego, o terreno è ciò a cui ci identifichiamo quotidianamente, tramite l’attività pensante e senziente umana.

–          L’io superiore o trascendente, è l’essere spirituale che dopo la morte incontriamo nell’aldilà e insieme a lui, compitiamo il nostro agire e stipuliamo il nostro destino

–          L’io vero è il frutto, il compendio dell’evoluzione dell’inferiore unito all’io superiore: l’immagine futura di ciò che noi saremo e rappresenteremo come entità angelica  umana.

Questo “vero io” è un essere in formazione, in crisalide, una sorta di “bambino celeste” che vive nel grembo del mondo spirituale e nascerà alla fine dell’evoluzione terrestre:  quando il singolo uomo avrà superato la sua umanità da tutte le influenze ostacolanti e avrà adempiuto alla sua missione di uomo.

Nascerà quando non esisterà più differenza fra l’io terreno inferiore e l’io celeste superiore. Dall’interno o dalla “fusione” di questi due “io” si genererà il vero io.

Il vero io è quindi l’immagine futura che avremo come angelo, parte delle schiere angeliche: un essere purissimo che ha sviluppato e unito insieme l’amore e la libertà, come qualità fondante e qualificante la sua gerarchia di appartenenza: la decima gerarchia, gli “angeli dell’amore nella libertà.

Questa “immagine divina di noi”  non esiste solo nel futuro: proietta la sua forza anche nel presente. Potremmo stupirci, ma ogni volta che sentiamo l’entusiasmo per intraprendere un azione, quando si accende in noi la passione per ogni iniziativa che ci infiamma, dovremmo essere coscienti che questa forza proviene dal futuro, proviene dal nostro “Vero io”.

Esso, come “trasmettendo” indietro da tempi che ancora non esistono è ciò che ci indica la “via”, ciò che ci avvampa e ci spinge verso situazioni di vita e di destino. La forza che ci ha aiutato e ci aiuta per superare le prove quotidiane, che ci ha migliorato proviene da lui, dal nostro futuro essere angelico. L’io vero.

Esistono tradizioni attuali, che parlano di “dimensioni parallele”, di mondi  interagenti, a causa della non conoscenza della realtà dell’io. La fisica quantistica sta postulando un sistema che è frutto solo di ingenue deduzioni, “rubate” dall’esoterismo e male interpretate: si equivoca il fatto che un essere spirituale può muoversi ed agire nel futuro, e collegarsi con il presente. Ma non si tratta di una realtà parallela : è l’io vero che comunica con l’io attuale.

Non ci sembrerà possibile, ma questo vero io, questo angelo in gestazione che riposa in ogni uomo, può accadere ed è sicuramente accaduto che noi lo abbiamo visto, anche se solo per  incantati momenti : quando ci siamo innamorati di qualcuno.

Se riandiamo con la memoria a quegli intimi momenti, in cui la scintilla dell’amore è scoccata, possiamo sentire che allora, vedemmo negli occhi del nostro amato, l’immagine del suo futuro essere angelico. Abbiamo incontrato per un attimo, il suo vero io, la sua regale entità angelica del futuro.

La conoscenza di questo mistero, dovrebbe aiutarci nei momenti in cui perdiamo la stima dell’amico, del compagno, del fratello: cercare di riandare con la memoria a quel momento magico, in cui vedemmo l’archetipo del suo essere divino in divenire dovrebbe far risorgere in noi la magia dell’amore che ci unì in maniera così potente e celeste.

Tiziano Bellucci


Steiner ci ha dato questa poesia, in merito:

Creati un modo nuovo, forte e coraggioso, di vedere la fedeltà.
Ciò che gli uomini chiamano generalmente fedeltà, svanisce rapidamente;
trasforma invece in ciò che segue la tua fedeltà:
nell’altro avrai sperimentato talune situazioni di brevissima durata,
attimi in cui egli ti sia apparso come ricolmo dell’archetipo del suo spirito.
Potranno poi sopravvenire altri momenti,periodi anche lunghi, in cui l’altro appare avvolto nell’oscurità.
Proprio durante tali periodi dovresti imparare a dirti:
lo spirito mi rinforza, io penso al suo archetipo umano che una volta ho avuto modo di vedere in lui.
Questo archetipo sia oggetto del mio sforzo.
Questo sforzo è fedeltà.
E così, anelando alla fedeltà, ogni uomo potrà essere vicino all’altro con la forza di un’angelo custode.R. Steiner

 

 

 

I 10 COMANDAMENTI secondo la scienza spirituale

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I 10 COMANDAMENTI secondo la scienza spirituale

 La maggior parte dei teologi ritiene che i 10 comandamenti costituiscono una composizione di leggi che si rintracciano in antichi popoli come Licurgo di Sparta o il codice di Hammurabi. Ma non è così.

Colui che ricevette queste indicazioni fu Mosè: un profeta ebreo che consegui un iniziazione presso i sacerdoti egizi. A quei tempi il popolo che presiedeva alla costruzione di una piramide veniva condizionato da un potere magico di suggestione. L’io dell’uomo non era forte: era possibile influire direttamente sulle anime umane rendendole schiavi servili. Le masse venivano guidate dai sacerdoti: come arti di un corpo unitario.

Mosè  ebbe il compito di introdurre, preparare il popolo a trovare il proprio io,  a farlo emergere dalla coscienza di gruppo: condusse l’uomo a fare ravvisare in sé l’archetipo del proprio io, connesso come goccia, all’io dell’universo (Dio, oceano). Si doveva prima presentare l’esistenza di un Dio esterno, di un legislatore divino universale:  l’io cosmico, rappresentato nella figura di Javhè. Diceva Mosè:  “Esiste un grande “Io” che è Dio, il quale è tutti noi”. L’uomo doveva sentire l’esistenza della luce dello spirito, del quale ne è parte come raggio. Mosè introdusse l’umanità a questa conoscenza, la quale dove portare all’incontro con il proprio io individuale. Processo che trovò il suo compimento secoli più tardi quando l’Io cosmico (Cristo) scese sulla terra e risvegliò questa consapevolezza tramite il gesto del Golghota.  Si doveva introdurre che nel singolo uomo vi è operante un Principio divino, l’archetipo dell’io individuale: riconoscere la presenza di Dio prima fuori, condurrà all’incontro con il proprio io interiore.

Nell’esposizione che seguirà, si noterà che ci sono state delle “modificazioni, delle esemplificazioni e delle omissioni” che la chiesa cattolica ha praticato riguardo il testo originale biblico, dato da Mosè.

 

  I “dieci” 10 comandamenti secondo (attuali) il Catechismo cattolico dal Catechismo di S. Pio X:

  1. Io sono il Signore Dio tuo: Non avrai altro Dio fuori di me.
  2. Non nominare il nome di Dio invano.
  3. Ricordati di santificare le feste.
  4. Onora il padre e la madre.
  5. Non uccidere.
  6. Non commettere atti impuri.
  7. Non rubare.
  8. Non dire falsa testimonianza.
  9. Non desiderare la donna d’altri.
  10. Non desiderare la roba d’altri.

 

 

Qui i dieci comandamenti SECONDO LA SACRA BIBBIA, la Parola di Dio.
(Esodo 20:1-14 e Deuteronomio 5:6-21)

  1. Io sono il Signore, il tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla casa di schiavitù. Non avere altri dèi oltre a me.”

Col 1° comandamento Dio (l’io cosmico) si presenta ad Israele come donatore di libertà, per affermare che solo colui che si sottomette dapprima ad una disciplina (la Legge) può arrivare a diventare libero, a poter conseguire una libertà. L’uomo non nasce libero, ma si libera imparando a dominare la sua natura inferiore.  La possibilità di assurgere ad un auto esperienza del divino doveva essere data dapprima in forma di Leggi esteriori. L’io del cosmo (Dio) se accolto dentro di sé, conferiva una auto liberazione dalla schiavitù infusa dagli istinti, dalle passioni che imperano nell’anima. L’Egitto è il mondo del desiderio, del potere, l’ambizione. E’ un primo approccio al ritrovamento del potere archetipico divino entro all’uomo. Javhè dice: “Dentro di te non vi devono essere altri comandanti se non il Dio che vive in te: il tuo io, che troverai tramite l’esercizio della mia Legge”.

  1. Non ti farai idolo né immagine alcuna di ciò che è lassù nel cielo né di ciò che è quaggiù sulla terra, né di ciò che è nelle acque sotto la terra. Non ti prostrerai davanti a loro e non li servirai. Perché io, il Signore, sono il tuo Dio, un Dio geloso, che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione, per coloro che mi odiano, ma che dimostra il suo favore fino a mille generazioni, per quelli che mi amano e osservano i miei comandi.”

L’uomo non doveva farsi un immagine oggettiva di Dio, da lui separata. Ogni figurazione esteriore del divino, l’io, doveva scomparire da fuori, per venir trovato dentro l’uomo, perché esso abita nell’uomo. Un idolo esteriore era un immagine errata della realtà dell’io: che è invece sempre un Dio interiore. Viene fatto un appello a condurre l’uomo verso la ricerca di Dio dentro di sé, che non poteva essere esterno. Dicendo “io sono un Dio geloso” Steiner dice che il reale significato della frase è da intendere:  “Non cercare mai di arrivare alla rappresentazione di me in modo sbagliato. Altrimenti io produrrò danno in te.  “L’io, (io sono) è un principio che opera costantemente in ogni uomo, entro e attraverso il sangue. E si esprime entro la linea ereditaria, di padre in figlio. Se tu ti fai un immagine sbagliata di ciò che io sono, i tuoi pensieri sbagliati reagiranno con il mio potere contenuto nel tuo sangue ed essi produrranno malattia nel tuo corpo e in quelli dei tuoi figlie e successori.   (Questo comandamento è stato cancellato dalla chiesa cattolica –forse perché di immagini idolatre ne ha fatto invece diffuso uso- , la quale ha raddoppiato il decimo, sdoppiandolo in “non desiderare la donna d’altri e non rubare la donna d’altri  ”)

  1. Non pronuncerai invano il nome del Signore, tuo Dio, perché il Signore non lascerà impunito chi pronuncia il suo nome invano.”

Qui si ribadisce: “non devi usare impropriamente la parola “io”, indicando te stesso. Sino a che non arriverai all’esperienza (iniziatica) che l’io e Dio in te coincidono, sappi che non puoi dirti “io”. Tu dici solitamente io al tuo corpo, alle tue passioni, ai tuoi ricordi, ma non dici mai “io” alla tua verà entità divina, che è oltre tutto questo.  Dicendo io a te stesso bestemmi, perché “io” è solo colui che è della stessa natura di Dio. E per come nasci, non sei ancora un “io”. Arrivi a riconoscerti come “io”, quando operi una disciplina di liberazione dai tuoi supporti inferiori.

  1. Ricordati del giorno di sabato per santificarlo: sei giorni faticherai e farai ogni tuo lavoro; ma il settimo giorno è il sabato in onore del Signore, tuo Dio: tu non farai alcun lavoro, né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo schiavo, né la tua schiava, né il tuo bestiame, né il forestiero che dimora presso di te. Perché in sei giorni il Signore ha fatto il cielo e la terra e il mare e quanto è in essi, ma si è riposato il giorno settimo. Perciò il Signore ha benedetto il giorno di sabato e lo ha dichiarato sacro.

Così come nel cosmo esiste un ritmo di 7 grandi Ere in cui l’evoluzione si deve svolgere, doveva esservi in piccolo di 7 giorni nella vita dell’uomo. La scienza spirituale indica le 7 Ere con i nome dei pianeti: Era di Saturno, Sole (domenica), Luna, Marte/Mercurio (terra), Giove, Venere e Vulcano. La stessa cosa, come in alto, così in basso venne a riflettersi nel ritmo dei giorni della settimana. Nel settimo giorno l’uomo doveva dedicarsi alla ricerca di Dio in se stesso: “il tuo sguardo ricercherà Me in te”.

5.”Onora tuo padre e tua madre, perché si prolunghino i tuoi giorni nel paese che ti dá il Signore, tuo Dio”.

Si potrebbe dire: “Continua ad agire secondo tua madre e tuo padre, perché vi deve essere nel cosmo sempre un principio evolutivo che elabora il vecchio per produrre il nuovo.  Devi sempre partire dalle radici per innalzarti: e quindi non puoi rinnegarle, né contrastarle. Deve essere conservato ciò che mediante l’io si è costruito nelle generazioni che ti hanno preceduto. Devi conservare le tradizioni, per trasformarle secondo la tua individualità, portarle a completa espressione

6. “Non uccidere.”

7 “Non commettere adulterio.”

8. “Non rubare.”

Il sesto, il settimo e l’ottavo comandamento sono un unico Comandamento suddiviso in tre: “ama il prossimo tuo come te stesso” ossia: “Vedi nel tuo prossimo un io come lo vedi di te stesso. Non fare ad altri ciò che non vorresti fosse fatto a te. Mentre nei comandamenti dal 1°al 5° ci si appella a preservare il proprio io, qui si indica il rispetto e la preservazione dell’io dell’altro.  

  1. “Non pronunciare falsa testimonianza contro il tuo prossimo.”

Non sminuire il valore del tuo prossimo, non riconoscendolo per ciò che è. Chi dice il falso su un altro io, non riconosce che l’io dell’altro è uguale al proprio io, essendo i reciproci io, della stessa natura del divino.

10. “Non desiderare la casa del tuo prossimo. Non desiderare la moglie del tuo prossimo, né il suo schiavo, né la sua schiava, né il suo bue, né il suo asino, né alcuna cosa che appartenga al tuo prossimo”.

Si riconosce la piena parità dell’altro rinunciando a volere ciò che gli appartiene. Solo onorando l’immagine riflesso di Dio nell’io di ogni uomo è possibile l’originarsi di un rispetto che crei fraternità.

Rielaborazione di idee antroposofiche a cura di Tiziano Bellucci, dal testo di R. Steiner “Risposte ad enigmi della vita”, 4° conferenza, O.O. 108

Perchè sono apparsi più geni e talenti artistici maschili che non femminili?

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Perchè sono apparsi più geni e talenti artistici maschili che non femminili?

Solitamente si relega il problema della non affermazione nel mondo del femminile a causa di un retaggio di una società patriarcale maschilista che ha represso il mondo femminile.  Questa ipotesi è lecita, ma non è la sola. Un esame oggettivo può condurci ad un altra prospettiva.
L’umano si incarna una volta in un corpo maschile, una volta in un corpo femminile. Quando è maschio diviene privo di chiaroveggenza ed intuito; può solo maneggiare la materia e trasformarla. Quando è femmina vive di continuo nel mondo spirituale, ha visioni interiori e intuizioni, che serba in sè ammirandole come idee delle altezze.
Creare una musica, una pittura, una poesia è  “materializzare” lo spirito. E la donna non ama questo: preferisce vivere le esperienze, senza tradurle, perchè sente che esse “perdono” dell’essenza reale.
Il maschio “traspone” nel fisico, con suoni, pennelli, sculture, ciò che gli appare in ispirito. Egli è più presuntuoso e più irruento. La femmina, più devotamente preferisce coltivare in se i tesori che riceve, senza oggettivarli, per timore di “sminuirli,” snaturarli.
Per una femmina creare una musica, una pittura, una poesia è “traporre nella materia” lo spirito. E la donna non ama questo: materializzare significa uccidere. Ella preferisce vivere le esperienze spirituali, senza tradurle, senza dar loro una forma, perchè sente che esse “perdono” dell’essenza reale una volta “bloccate” in un testo, in un dipinto, in una musica.
Il maschio è “sfrontato” e maleducato nei confronti dello spirito: lo muove immobilizzare, fermare in una forma. La donna no. Vuole che l’arte fluisca senza forme, senza categorie: vuole vivere il reale, non godere del reale nelle copie fisiche.
L’inclinazione naturale del maschio è di “affermarsi”, di ostentare, di vantare, di esibire di “sfoggiare” le qualità, per averne un ritorno egoico. E questo lo porta a farlo tramite la materia esterna. Progettando, archittettando, dipingendo, suonando il maschio “blocca” lo spirito nella materia, SPACCIANDOSI per un creatore, un dio terrestre.
La donna non ha questa ambizione: non vuole offendere lo spirito, non vuole rivendicare di essere una “creatrice”, capace di creare dal nulla. La femmina si sente una COLLABORATRICE della creazione, una Dea della vita (non della materia) e questa inclinazione l’ha sempre trattenuta dal non dover cercare consensi come genio terrestre.
La femmina non vuole creare dei simulacri, dove seppelire il divino: ogni opera d’arte è infatti un tentativo di “imbalsamare” il divino. Ed è a causa di questa “salvaguardia” del femminile nei confronti del mondo spirituale, non ci sono stati “geni” nell’arte e nella tecnica.
Esistono potenzialmente dunque più geni nel femminile che nel maschile: la donna è più dotata artisticamente dell’uomo. Ma non sente il bisogno di “mostrare” al mondo le sue doti.
L’uomo invece reclama un riconoscimento: chiede un consenso al mondo e lo fa dandosi da fare nell’applicarsi nelle arti e nelle tecniche. La donna non ha bisogno di consensi. E’ già divina e geniale.
Tuttavia serviva che qualcuno “marchiasse” il mondo fisico con un arte ostentata ed egoica, tramite il maschio.
Se la terra fosse stata solo popolata da donne, l’arte vivrebbe solo nelle anime, non nel mondo fisico. Si vivrebbe di visioni e di comunione con lo spirito.
L’arte non sarebbe necessaria, perchè la vita sarebbe un opera d’arte.
In realtà non esistono creatori sulla terra: gli artisti si illudono di essere loro i creatori delle loro opere, mentre in realtà essi attingono la sostanza delle loro idee dal mondo dell’ispirazione: il mondo spirituale. Là esiste ogni modello della creazione umana. Ogni uomo prende da òà i suoi modelli, senza accorgersene. Lo fa durante la notte, o in momentoi in cui la sua coscienza è “ispirata” dal mondo spirituale. Non è mai l’uomo a creare: egli è solo strumento del divino. Le donne hanno sempre saputo questo e per tal motivo non hanno mai voluto pretendere di voler platealmente apparire creatrici. Esse sono ispirate dal divino, molto piu del maschio: ma usano la loro ispirazione in altre modalità. Che appaiono tramite il loro “essere donne”.
Il maschio ha creato l’arte e la scienza perchè il mondo spirituale sparì dalla sua percezione: e dovette inventare dei surrogati degli Dèi perduti. Le opere d’arte, gli strumenti musicali, le invenzioni sono le tombe di Dei morti per il maschio, che egli ha sentito il bisogno di ricordare.
L’arte e la scienza sono nate come surrogati di esperienze che un tempo lìumanità aveva con il divino. Le femmine vivono sempre questa comunione con il divino. Non hanno e non avranno mai bisogno di usare dei simulacri per celebrare il loro vivente mondo spirituale. Per questo non ci sono e non ci saranno geni eccellenti femminili sulla terra: esse sono, nel mondo spriituale, piu geniali dei maschi
L’uomo e la donna sono complementari, perchè il primo può “spiegare” usando nomi ciò che la donna vive solo in immagini; e la donna può suscitare nell’uomo la passione el’esaltazione per la ricerca spirituale.
L’uomo è colui che ha il poter di dare il “nome” allo spirito”: la donna ha il potere di far scendere lo spirito nella materia e di farlo ritrovare all’uomo.
Nascere in un corpo maschile rende possibile una maggiore razionalità e capacità di “tradurre” in modo chiaro e preciso le ispirazioni che si ricevono nell’anima.
In realtà vi sono più “geni e talenti femminili”, che maschili: le donne più agevolmente possono attingere dalle regioni più alte, dove soggiornano le entità più somme.
Soltanto che la femmina è meno predisposta a razionalizzare, a materializzare i contenuti che appaiono in lei.
Le donne sono dunque più geniali dell’uomo: ma non hanno il ruolo di esprimere tramite la materia la loro genialità. Non ne sentono il bisogno. Questo è un ruolo della donna: dispensare grazia, bellezza e presenza divina sulla terra. Essendo la donna immagine del divino. La “genialità” della donna sta nel fatto che cammina sulla terra, vive e vi diffonde la sua spiritualità. Un poeta diceva che “la donna è il mondo spirituale che abita fra noi”.
Il “genio” è femmina. Ma non ha bisogno di dimostrarlo. Lo è.
Si dice che un Dio è vero Dio quando è onnipotente e onnisciente: ma non usa i suoi poteri per dimostrare di esserlo. E’.
La verità spirituale non può deludere nè il maschile nè il femminile, perchè consegna ad essi i rispettivi ruoli, non giudizi o opinioni.
Tiziano Bellucci

Il ruolo del maschile e del femminile per il Divenire della terra

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Il ruolo del maschile e del femminile per il Divenire della terra  

 

La donna in un tempo antico aveva un rapporto diretto con le entità dell’universo. Aveva un ruolo di “ponte” fra la materia e lo spirito. Riceveva dallo spirito le ispirazioni, le direttive dal mondo sovrasensibile: le cosiddette “muse”, indovine erano donne chiaroveggenti che effondevano nell’umanità bellezza e creatività.

Attraverso la donna si è creata tutta la conoscenza religiosa del passato, tutta la tendenza verso il bello e il buono. Erano le donne che trasmettevano all’umanità dei primordi la direzione morale attingendola direttamente dalle regioni superiori spirituali.

Dal quarto secolo A. C. (in Grecia, Egitto, Roma) avvenne un cambiamento: nel maschio fluirono potenti forze di razionalismo che andarono a sostituirsi all’azione ispiratrice del mondo femminile. L’umanità smise di venire ispirata dalle donne, e cominciò a diventare “razionale”.

Perse il contatto con il divino, la guida saggia delle femmine, per venire addestrata dalla mente maschile. Il materialismo cominciò a diffondersi. Da quel momento avvenne anche la “discesa” sociale della donna, la quale venne accantonata, disprezzata, violentata moralmente, fisicamente  e associata impropriamente a forze oscure (vedi streghe medievali).

La donna cominciò a subire la supremazia del maschio e smarrì la connessione con il divino. Venne a scadere sia socialmente, che spiritualmente. Perse le sue facoltà a causa dell’oppressione maschile.

Il materialismo fu un fatto necessario per l’individuazione del singolo, che deve però essere superato. Doveva venire reciso a mezzo dell’uomo il legame con il mondo spirituale, affinchè si potesse poi rifondarlo su una base nuova, cosciente. Se l’umanità avesse continuato ad essere condotta da un mondo spirituale che operava tramite il femminile, l’umano non avrebbe mai potuto conseguire l’individualità, sarebbe stato un essere guidato dal mondo celeste in modo automatico.

Oggigiorno dobbiamo essere capaci di compiere grandi gesti: atti eroici, soprattutto interiormente.

Essere capaci di vedere la passata sottomissione della donna come una “fase” dettata da una precisa volontà superiore di fare sprofondare l’umanità nel materialismo, richiede una grande spregiudicatezza.

Parlare di “necessità” del maschilismo è indubbiamente qualcosa di infame.

Ma pensare che doveva “necessariamente” interrompersi quell’antico “matriarcato” spirituale in cui la Saggezza del mondo spirituale dominava l’umanità come rigida “genitrice” rende tutto plausibile.

La Madre del cosmo, istruiva l’umanità attraverso il mondo femminile, il quale riportava tali leggi e direttive entro il consorzio umano. Questo era in realtà il “matriarcato”: l’edificazione e la conduzione della coscienza morale umana secondo indicazioni provenienti dal mondo spirituale. Una “educazione” occulta, tramite il femminile.

L’avvento del “Patriarcato” interruppe la comunicazione e la possibilità di venire addestrati dal cosmo spirituale. L’uomo divenne libero dalle leggi divine, ma anche più solo, abbandonato a se stesso. Tale solitudine lo spinse a cercare simulacri di Dèi nel mondo fisico. Il materialismo, la soddisfazione di sé tramite beni materiali, soppiantò l’antica guida del cosmo femminile.

L’umanità doveva arrivare ad una fase in cui toccando il basso, doveva avvertire una spinta che la facesse risalire verso l’alto.

Il tempo del “matriarcato” è paragonabile ad un tempo in cui l’umanità era bambina, ed era irresponsabile, incapace di autonomia: era guidata dal mondo spirituale che tramite il mondo femminile indicava la direzione da seguire.

Il tempo del “patriarcato” è invece il tempo dell’adolescenza dell’umanità, ove entra in scena una ribellione, in cui gli individui smettono di prendere norme dal mondo spirituale e si rimettono ai loro impulsi, alle loro necessità interiori.

Ora ci troviamo nel 21° secolo e l’umanità ha acquisito l’età della maturità, la “maggiore età”.

Non è possibile qualificare i tempi antichi come migliori degli attuali: non si può dire che l’infanzia è meglio dell’adolescenza. Sono entrambi “fasi” della vita che servono per costruire l’individualità. Una volta diventati adulti, non si può più tornare indietro. Si vede il passato come un periodo necessario al proprio sviluppo.

In futuro non vi sarà più un cosmo che guida l’umanità. Né un patriarcato o un matriarcato. Ma una maschio e una femmina che consapevoli dei loro passati ruoli, come bambini cresciuti, adulti, cammineranno insieme verso il luogo da cui sono provenuti. Torneranno alla loro casa, portando con sé il frutto del loro lavoro insieme e intraprenderanno un processo di collaborazione consapevole con le entità del mondo spirituale.

Il mondo spirituale che un tempo guidava la Terra tramite le ispirazioni del mondo femminile non imporrà più la sua volontà, ma la condividerà con l’umanità futura. L’umano interagirà con il cosmo, divenendo egli stesso un collaboratore e amministratore delle leggi del cosmo. Diverrà un essere della decima gerarchia: un angelo che dopo aver attraversato il massimo materialismo, ha edificato la massima libertà, la massima capacità di amare in modo libero. Matriarcato e Patriarcato appariranno così come due “fasi” necessarie all’edificazione di quell’entità spirituale futura: l’umanAngelo.

Quando oggigiorno, le varie confraternite dicono che la donna “deve tornare ad innalzarsi, ad essere ciò che era” si intende che si deve riportare la donna all’antico splendore, quando era in grado di farsi ispirare dallo spirito le leggi estetiche e morali.

Le antiche qualità femminili sono come “state dimenticate” dalla donna, riposte in lei, seppellite da secoli di pregiudizi e ingiustizie. Si tratta di farle nuovamente riaffiorare, di ripristinare le condizioni affinché la donna possa ricollegarsi con il divino in modo cosciente. Tali capacità perdute possono essere riacquisite tramite un cammino di autoconoscenza.

CONOSCENZA FEMMINILE E ASCETISMO MASCHILE

Le donne sono solitamente molto interessate alla conoscenza, ma molto poco all’ascesi, ossia ai metodi per conseguire la veggenza. Potrà sembrare strano, ma non sono molte –escluse eccezioni- le donne che aspirano alla chiaroveggenza.

Perchè?
 
Di fatto le donne non hanno bisogno di “vedere”: esse hanno già una comunicazione diretta con il sovrasensibile “sperimentano” in sé la reale presenza del mondo spirituale. Ma in una forma istintiva , atavica. Non hanno bisogno di “vedere” ciò che vivono quotidianamente.
 
Le donne trovano estremamente interessati le “descrizioni” che fanno i chiaroveggenti –maschi- del mondo spirituale, perchè in tal modo trovano “una conferma di ciò che in loro era già presente”.
 
Molte donne trovano luce e pace leggendo esoterismo, come potendo “illuminare” il loro mondo interiore. Ritrovano se stesse e il loro mondo, nelle parole dei veggenti.
Per il maschio è l’opposto: in esso non vi è alcun atavismo, nessuna “ispirazione”. Il maschio è “cieco” al mondo spirituale. Non può averne esperienza diretta.
Per tal motivo gli uomini sono più inclini all’ascetismo e le donne alla conoscenza.
 
Se si vuole fare i sessisti, si troverà da dire anche su questo. Si portà dire: ” L’uomo è l’unico che può “spiegare” e la donna non è capace?”
Semplicemente la donna non è predisposta ad “analizzare astrattamente, a bloccare in una forma le leggi del mondo spirituale”. Il maschio sì. Da “bravo materialista” (lo ha imparato da Satana) è capace di suddividere, archiviare e catalogare ogni entità invisibile.
La donna non riesce a fare lo stesso, perchè dovrebbe “uccidere” la sua capacità di afferrare in un solo atto tutta la verità. Come gli insegnò Lucifero “voi siete Dèi”, ella vive costantemente del mondo divino con il suo sentire.
 
L’uomo deve “spiegare” in termini razionali e “separatisti” (che è anche “materializzare, dare una forma) il mondo spirituale: per farlo ha bisogno di un motore che la ispiri: la donna. Ella deve stimolare questa ricerca, per necessità di alimentarsi di luce che schiarisca le sue premonizioni interiori.
 
Parlare di maschilismo e femminismo in esoterismo è fuori luogo. Perché sarebbe travisare e ignorare i rispettivi ruoli.
Che sono i seguenti: l’uomo deve ricollegarsi con il mondo spirituale, grazie al suo potere analitico e scientifico di indagine alimentato dal forte stimolo ispirato in lui dalla presenza del femminile; la donna deve ritrovare conferma del proprio compito con l’invisibile tramite la presenza e l’attività interpretativa del maschio.
 
Tiziano Bellucci

L’uomo deve riconoscere la donna come colei che può farlo emergere dal materialismo, attraverso la forza dell’ispirazione e della Speranza. Il ruolo dell’uomo sarà di accogliere i contenuti femminili, conferendo loro una forma.

La donna è la forza, l’uomo la forma.

 

Tiziano Bellucci

L’IMMAGINAZIONE DELL’ ESTATE DI S.GIOVANNI E URIELE

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L’IMMAGINAZIONE ESTIVA DI S.GIOVANNI E URIELE

L’estate è il periodo dell’anno in cui nelle profondità della terra vi è la maggior tendenza alla formazione dei cristalli, delle masse cristalline. La visione chiaroveggente registra il fluire delle forze plastiche di aggregazione dei cristalli come correnti azzurro scure, con striature argentee. In estate laggiù un intelligenza occulta si dispone in linee, piani, angoli e spigoli.

Tale lavorio è in realtà “volontà” cosmica, potere stellare che da lontananze cosmiche prende sede all’interno, e irraggia dalla terra, verso l’esterno. In atri termini si tratta di spiriti elementari che fluiscono verso l’alto.

Si vede dunque, un lavorio interno alla crosta terrestre che però tende ad andare verso l’alto, e a “densificarsi”, ad apparire nelle nubi lucenti estive. Mentre nel sottosuolo la volontà cosmica appare come pura forza configurante bellezza cristallina, nel cielo si palesa e si trasforma in intelligenza cosmica. La mente cosmica si intesse le sua azioni nella luce attorno alla terra che sperimenta l’estate. Saggezza stellare.

Il fluire dall’interno della terra di correnti azzurro scure, argentee verso l’esterno si tramuta in uno sfolgorio dorato, in una sostanza luminosa che nelle nubi traspare come “luce” aurea.

Il chiaroveggente vede però intessersi in questo fluttuare di linee colorate azzurro-argenteo-aureo anche dell’altro. Si intravedono nel sottosuolo delle formazioni estranee come forme e colori che si dissolvono e si condensano, le quali creano un opera di contrasto, di ostacolo nella strutturazione delle masse cristalline. Si crea un opera di disturbo fra le forze aggreganti e plasmatrici. Si tratta degli errori concepiti dall’uomo. Essi inteferiscono sulla naturale configurazione dei cristalli.

 

Ecco allora che in mezzo a questo panorama appare allora una forma, un volto con un espressione severa. Questo viso serio, compie anche un gesto, un segno ammonitore. Come se le sue braccia alate volessero intimare, accennare un giudizio.

Quell’entità grandiosa, che traspare in mezzo alle nubi, come un volto enorme, osserva l’intessersi delle forze regolari di configurazione dei cristalli che nella loro bellezza ed armonia vengono come “turbate” dall’azione degli errori umani.

Questo volto appartiene all’Arcangelo Uriele, l’entità che presiede il periodo dell’estate.

Egli rivolge il suo sguardo severo ammonitore verso l’azione d’interferenza degli errori umani che disturbano la corretta azione delle forze cosmiche nel creare terrestre.

Potrebbe apparire paradossale che fenomeni morali come gli errori possano avere ripercussioni sin sulla fisicità.

Come è possibile che gli errori umani possano interagire con le forze cosmiche plasmatrici? Se si osserva bene si viene a capire che queste forze sono in se stesse costituite di forza morale cosmica: una legge universale di armonia. Ciò che dispone in linee e angoli un cristallo è una forza morale proveniente da periferie cosmiche. La forza morale esprimente la volontà armonica della divinità.

Così come le negatività o errori umani vanno a disturbare la creazione dei cristalli, le virtù umane, le azioni giuste si innalzano verso l’alto, nelle nubi legandosi all’intelligenza risplendente.

Uriele severamente osserva le negatività umane agire sottoterra e opera anche con un gesto ammonitore, come per voler destare consapevolezza in ogni umano, in merito agli effetti disarmonici degli errori prodotti.

Le virtù umane che fluttuano verso l’alto, irraggiate dagli occhi di Uriele prendono così la forma di una colomba bianca come ad indicare la Potenza del Padre; ciò che vive dentro la terra di forza azzurra appare come Demetra, Maria per indicare la Potenza Spirito Santo: e in mezzo vive il Figlio.

Ecco che l’immaginazione di Giovanni ci mostra l’interagire delle 3 potenze cosmiche della Trinità agire e collaborare vicendevolmente.

In estate è incantato il mistero di Uriele, quale portatore del tessere universale delle 3 persone della Trinità.

Se l’uomo sente che tutto ciò che è solido, minerale nella terra è presente anche in lui nelle sue ossa solide, minerali, allora si approprierà di un sentimento di unitarietà fra sé e il cosmo, sentendo vivente l’immaginazione estiva di Uriele, come qualcosa di reale e presente in lui. Si sentirà collegato in basso e in alto: saprà che i terremoti e i maremoti sono la ripercussione dei suoi pensieri e sentimenti non giusti, rivolti al male, alla degenerazione.

Ovviamente la tendenza a produrre “errori” viene infusa da spiriti della “menzogna” all’uomo: egli ha la responsabilità di accogliere o non accogliere queste “ispirazioni”. Solitamente si ripercuote nelle zone geografiche dove vi è maggiore disposizione al produrre “errori”.

Il chiaroveggente scorge dietro ai fenomeni tellurici, alle catastofe naturali, una responsabilità morale umana. Esiste un entità arcangelica che sovrintende a questi fatti: l’entità di Uriele osserva gli errori umani, la caparbietà egoica umana. L’arcangelo si appella alla facoltà autocosciente nell’uomo, di riconoscere le disarmonie che l’errore umano produce sulla natura, distruggendola e deformandola.

La difficoltà di concentrazione, il sentimento di espansione che l’umano prova in estate svela questa inconscia partecipazione dell’uomo con l’intero cosmo, che può diventare consapevolezza proprio grazie alla conoscenza dei misteri di Uriele.

* * *

Ma è possibile trovare una connessione fra l’immaginazione di S. Giovanni appena descritta e la figura del Giovanni Battista narrato nei Vangeli?

Si consideri che tutto il cammino dell’uomo è da intendere come la preparazione da parte del cosmo, di un essere che conseguisse  la capacità di potersi afferrare come un io singolo. Da un tutto unitario che si presentò come “antico saturno” in cui tutto era identificato in un unità, piano piano si avvicendarono delle separazioni: da uno a due, da due a tre, ecc. Sino ad arrivare alla fase terreste in cui l’uomo (lemuria) era guidato da anime di gruppo delle costellazioni: leone, toro, aquila, angelo. Questi spiriti guidavano contemporaneamente, prima uno alla volta, poi insieme, tutta l’umanità per lunghi periodi di tempo.

Man mano l’uomo cominciò poi ad essere guidato da spiriti inferiori a quelli sovracitati: spiriti di razza, tribù, di popolo, di famiglia, di stirpe.

Prima della venuta del Cristo, nell’umanità, ma in particolare nel popolo ebreo si stava attraversando la fase “spirito di stirpe”, nella quale era d’obbligo accoppiarsi solo fra consanguinei. Questa modalità faceva attuare attraverso le forze del sangue, la possibilità che si arrivasse ad un’esperienza dell’io di gruppo, io della stirpe. Vale a dire che coloro che vivevano nel sangue ereditato dagli avi sperimentavano una coscienza dell’io collettiva, fondata sulle gesta dei precedessori. Vediamo come.

Occorre ora specificare la differenza che esisteva nell’uomo antico, riguardo il suo modo di sentirsi un “io”, rispetto all’uomo post/cristico.

La coscienza di essere, di avere memoria di se`, di sentirsi un “io”, individuale, distaccato dal mondo esterno non e` sempre stata la medesima come lo e` ora; non si deve credere che l`uomo di tremila anni fa fosse solo piu` ignorante di adesso e che i suoi pensieri e sentimenti fossero identici all`uomo odierno.  Soprattutto cio` vale in particolar modo riguardo al suo modo di ricordare mnemonicamente, il quale lo differenziava molto da oggi.

Oggigiorno ogni singolo uomo ricorda la sua giovinezza e riesce a risalire al massimo, sino al primo ricordo che si “stabilizza” all’incirca verso i tre anni di età. Non si può retrocedere oltre.

Vi fu un tempo in cui l’uomo possedeva una diversa esperienza di memoria: egli non ricordava solo le proprie azioni, ma oltre a queste si frammischiavano azioni compiute da altri. Fra i propri ricordi comparivano le azioni del proprio, padre, del nonno, dell’avo, del patriarca. Quelle azioni, anche se si sapeva di non esserne gli artefici, le si considerava come proprie. La memoria si estendeva oltre la propria nascita fino a quando si poteva rintracciare una consanguineità. Veniva conservata nella memoria di ogni discendente, anche la memoria di un altro avo consanguineo, per centinaia di anni.

Si tenga inoltre presente che solitamente ogni uomo fonda la propria rappresentazione dell’io su ciò che ha fatto, ciò che ha prodotto. Si può dire che l’uomo dice “io” non alla sua individualità, ma alla sua memoria. Dicendo “io” ci si riferisce alla somma di azioni che si è compiuto sinora: “io sono ciò che ho fatto”. Se un individuo perdesse d’improvviso la memoria, avrebbe un esperienza tragica. Sentirebbe come frantumarsi se stesso. Mancandogli un riferimento biografico, si sentirebbe d’improvviso “nuovo” sulla terra. Quindi vuoto. La pienezza “dell’io” dell’uomo medio, si determina quindi sulla base della propria biografia. Si può quindi dire: io = la mia biografia. La mia Biografia= è il mio io.

Il Cristo è quel principio che conferì all’uomo la possibilità di sentirsi in eterno un singolo io individuale.

La svolta fra l’antico e il nuovo patto sta che nell’Antico l’uomo viveva come io di gruppo in una coscienza collettiva, nel Nuovo si afferra come io autocosciente, separato dagli altri della stirpe.

Giovanni Battista è il primo uomo che avverte questo cambiamento: sente dentro di sé l’affiorare dell’io singolo, isolato che gli fa sperimentare una sensazione di solitudine, di estraniazione dal tutto.

“Voce di uno che grida nel deserto della propria solitudine” questa frase esprime il concetto sovraesposto.

Il Battista avverte di essere abbandonato a se stesso: sente la voce del suo io appena nato che urla il dolore della separazione dalla stirpe, come un neonato piange quando esce dal grembo.

Il Giovanni Battista, praticava un battesimo in un modo differente da quello a cui si e’ a conoscenza attualmente: veniva praticata un’immersione totale del corpo del battenzando nell’acqua.

Il discepolo rimaneva immobile nell’acqua per un certo periodo di tempo: nell’acqua il Battista operando con forza iniziatica, suscitava una sconnessione fra corpo fisico e corpo eterico.

Dalla letteratura occulta e metafisica, si e’ a conoscenza di un fenomeno, che accade in alcune condizioni particolari di pericolo o di shock violento; ad esempio, nel momento dell’ annegamento, di caduta da un monte, cioe’ in tutti quei casi in cui vi e’ coscienza di trovarsi in pericolo di morte, nell’anima umana si presenta una specie di visione in un attimo, la visione retrospettiva della vita trascorsa: come un film, si prospetta innanzi l’essenza totale dell’esistenza passata vissuta, entro un quadro.

Cio’ avviene, perche’ si effettua, a livello sottile, un parziale distacco del corpo fisico dal suo corpo energetico o eterico; nel battesimo sul Giordano, accadeva  qualcosa di simile.

Come sappiamo, il corpo eterico è il portatore della memoria dell’individuo: in quella condizione, agevolato dalle facolta’ iniziatrici e chiaroveggenti del Battista, il battezzando perceviva la visione a ritroso della sua stessa vita in unico quadro.

La visione retrospettiva dei propri peccati sui battezzandi, causava un inedita esperienza; i peccati (gli errori umani), essendo  generati dal singolo individuo, apparivano in maniera cosi` gravosa che egli non poteva cosi` fare a meno di ricevere la consapevolezza che questi potevano essere solo suoi, non piu` di una comunita` o di un gruppo: il peccatore si accorgeva di “essere” l’uno che ha peccato: si sentiva un Io, ora autocosciente del suo passato.

Il discepolo aveva un`esperienza di memoria,  per allora  inedita:  una sorta di surrogato della memoria dell`Io autocosciente, che doveva sostituire l’antica forza di memoria del sangue.

Tale esperienza, ovviamente accadeva solo a pochi, non alle folle, bensì ai discepoli che avevano ricevuto dal loro maestro Giovanni, un’adeguata preparazione. Come predicava il Battista, il discepolo prendeva coscienza dei propri peccati, attuando, cosi` in anticipo, quel processo che si sarebbe realizzato con l’opera del Cristo: l’autocoscienza sarebbe comparsa in ogni uomo. Il discepolo di Giovanni avvertiva una parvenza della coscienza dell’Io singolo con questa fuoriuscita abnorme del corpo eterico.

Ecco dunque ritornare qui il tema dell’ammonimento di Uriele e del suo sguardo severo diretto verso i peccati, gli errori umani. L’arcangelo si appella alla facoltà autocosciente nell’uomo, di riconoscere le disarmonie che l’errore umano produce sulla natura, distruggendola e deformandola.

 

 

Tiziano Bellucci