Mese: giugno 2013

LA SAGGEZZA MADRE DELLA FUTURA FRATERNITA’

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 Quando si apprende un idea spirituale esoterica, ricolma di saggezza tutti gli uomini la riconoscono come tale, perché appare oggettiva, giusta e adatta ad ognuno. Non possono sorgere opinioni diverse: l’idea appare così elevata che in modo spontaneo l’anima tende per natura  a sentirla sua, ad identificarsi con essa. Non la avverte come una costrizione. Infatti la saggezza non obbliga, non convince: riunisce liberamente ogni anima, risuonandovi in armonia come un fatto ovvio e naturale.

L’unico modo per sviluppare fratellanza è diffondere conoscenze occulte. Questo creerà saggezza nell’uomo e fiducia per il mondo spirituale. I futuri Misteri saranno fondati sulla conoscenza che crea fiducia per l’altro essere.

Tiziano Bellucci

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AVERE PROVE DELL’IMMORTALITA’ DELL’ANIMA?

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 La via spiritistica cercava di fornire prove concrete dell’immortalità dell’anima, facendo apparire ectoplasmi o fantasmi.  L’occultista potrebbe decidere di poter  far apparire fenomeni astrali o spirituali in modo che altri non iniziati possa averne prova concreta. Ma questo può produrre danno, anziché progresso nell’uomo. Le persone che ricevono prove dell’immortalità dell’anima in questo modo, non desidererebbero più innalzarsi al mondo spirituale. Non si sforzerebbero a produrre organi di senso spirituale per indagare il sovrasensibile: si accontenterebbero dell’uso dei sensi fisici che vedono forme ectoplasmiche. Rimarrebbero materialistiche nel loro modo di concepire lo spirito: non sorgerebbe l’impulso per perseguire uno sviluppo spirituale individuale.

Tali persone sarebbero spirituali nel modo di credere, ma materiali nel modo di pensare. Si farebbero un immagine dello spirito come di una “copia” della realtà fisica. Mentre il mondo spirituale non ha nulla in comune con il fisico. Dopo la morte, tali persone, come i materialisti, credono di stare sognando, di vivere in un mondo onirico. I materialisti dopo la morte credono di sognare e che il risveglio debba avvenire da un momento all’altro. Ma il problema è che non ci si sveglia mai: si rimane sempre “nel sogno dell’aldilà”.

 L’essere umano deve abituarsi a vivere e a pensare senza usare il corpo e i sensi. E questo lo si può fare solo “pensando” le rappresentazioni comunicate dai veggenti, le quali derivano da indagini fatte senza l’uso del corpo, ma attraverso gli organi dello spirito.

 Lo spiritista vuole trascinare le manifestazioni spirituali nella materia, in modo che divengano visibili ai sensi; l’esoterista invece riesce ad innalzarsi verso i mondi spirituali e a riconoscerli quale “sostanza” che vive nel suo pensare, sentire e volere.

Questa è l’inizio della chiaroveggenza: pensare, sentire lo spirito è forgiare l’organo interiore per arrivare a vederlo.

“Vedere” un fantasma” soddisfa i sensi, ma non ci porta a soddisfare la nostra sete di sapere, “capire” le leggi dello spirito comunicate dagli iniziati significa configurare la propria anima a “vedere” lo spirito.

In realtà  per lo spirito umano non è affatto fondamentale sapere che un mondo dell’aldilà esista o no.

Infatti il problema della conoscenza umana non è vedere lo spirito, ma arrivare a comprenderlo, conoscerlo integralmente. Vedere uno spirito è avere dimostrazione della sua esistenza, ma non è “conoscerlo. E scopo dell’uomo non è solo vedere. Ma farsene un esperienza diretta, permanente.

Studiando antroposofia si “emula” uno stato di coscienza superiore: si vive nel mondo spirituale, tramite le narrazioni del veggente, ricevendone un impressione vivente, “nutritiva”. Anche se a tutta prima le comunicazioni spirituali possono essere “paradossali” o inverosimili, si arriva pian piano ad “orientarsi”, a familiarizzare, a suscitare un atmosfera vivente interiore che può diventare una reale percezione di fatti ed esperienze spirituali.

Impegnarsi a “capire” i processi e i mondi spirituali, è iniziare già ad averne esperienza diretta.

Di  fatto per percepire lo spirituale occorre “superare” l’ordinario pensare sentire e volere: evolverlo.

 Il veggente con le sue parole suscita nello studioso una quantità e qualità rappresentativa che oltrepassa l’ordinario pensare: evoca un pensare “volente” che per forza propria è in grado di suscitare nell’ascoltatore un “salto di coscienza”. Si penetra nello stato “immaginativo” che è già un piano spirituale.

Si tratta di diventare capaci di elevarsi ad un pensare superiore, divenendo in grado di pensare mondi superiori.

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Tiziano Bellucci

 

I 12 MAESTRI DELLA “CONFRATERNITA BIANCA”

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Steiner diceva che attraverso di lui parlavano i Grandi Maestri, appartenenti alla “confraternita bianca”.
I Maestri sono persone che hanno compiuto tutto il percorso evolutivo dell’umanità anticipatamente. Si tratta di 12 Maestri, 12 Fratelli maggiori, 12 guide del’umanità.  Essi non possono agire direttamente nella materia, ma solo attraverso discepoli che partecipano ad una scuola. Possono essere invocati, se necessario e accorrono in aiuto.

I vari maestri sono parti costitutive di un una sola entità, la quale contiene in sé 12 “entità”, 12 maestri: sette di questi sono sempre incarnati nell’elemento fisico, cinque permangono nella regione spirituale.
Si dice che un maestro conserva lo stesso corpo durante vari millenni. Rinasce in corpi con caratteristiche fisiche simili. La morte non esiste e non è più possibile per l’adepto: perché da molto tempo si è esercitato ed ha imparato a vivere senza il corpo.

Alcuni nomi di maestri
– Kuthumi (ispiratore della transizione fra egizi e greci)
– Hilarion ((ispiratore del periodo greco)
– Gesù di Nazareth  (ispiratore della transizione fra greci e attuali)
– Saint Germain (ispiratore della civiltà attuale)
– Morya (ispiratore della futura civiltà slava)

Il Maestro Gesù ha il compito di guidare nell’occulto l’umanità dal  quinto al sesto periodo di evoluzione, l’era dell’Acquario: il portatore d’acqua è Giovanni Battista. In questa sesta fase si generanno i “buoni”, coloro che andranno a creare il germoglio del futuro. Nella settima fase invece si svilupperà il regno del male, le “scorie”. Questa è la “pula” che verrà gettata nel fuoco.

Questa separazione fra sesta (bene) e settima (male) si sta già preparando adesso.

Il principio del’amore fraterno alimentato dal Maestro Gesù costituirà l’essenza della sesta epoca. In quei tempi futuri, la Parola, il Cristo non sarà in una sola individualità come avvenne 2000 anni fa sul Giordano, ma i singoli uomini formeranno le lettera di questa “Parola”. Ogni uomo sarà un elemento parte del Cristo, organo parte del corpo del Cristo. Quella sarà la “nuova Resurrezione” del Cristo: rivivrà nell’umanità, tramite ogni singolo uomo.

L’essenza della musica è la vita del cosmo

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La musica è suscitatrice nell’anima dell’uomo, di sentimenti ed emozioni. Non trasmette sentimenti, come si può essere tentati di credere, ma semplicemente fa emergere, sollevare dal profondo dell’anima emozioni.

Tali emozioni non sono solo emozioni, fremiti di sentimenti derivanti da istintive ed automatiche reazioni: sono in realtà ciò che resta di antichi ricordi cosmici perduti, sepolti nell’anima umana, reminescenze di tempi in cui l’uomo viveva in altri stati di coscienza in altri mondi, in compagnia di esseri di quei mondi.

L’essenza musicale altro non fa che resuscitare quelle esperienze e quelle immaginazioni cosmico-umane. La musica appare grazie all’anima umana: si trasferisce da un mondo senza forme, per prendere forma dentro l’anima umana.

La musica è sentimento cosmico che si fa carne, e tramite il sentimento umano si presenta nel mondo. Essa proviene dall’eternità; lì non vi sono sequenze singole distaccate, ma solo armonie simultanee. Accordi cosmici: unificazione di volontà spirituali in un’unica armonia. La vita nel mondo spirituale la si potrebbe immaginare come se, in una fusione delle anime dei suoi abitanti, tali esseri vibrassero all’unisono in un unico accordo musicale, che riunisca tutti insieme in un istante perenne, eterno. La parola cosmica, il Logos s’incarna ogni volta che l’uomo fa musica. Per apparire deve però entrare nel dominio del tempo. La volontà della natura e degli astri, srotolandosi nel ritmo del cuore umano.

 Tiziano Bellucci

La leggenda di Lucifero

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Vi era un tempo in cui vi era un Angelo potente, pieno di grazia e di bellezza, di nome Lucifero. La sua veste scintillava con uno sfolgorio di luci turchine ed azzurre. Sulla fronte aveva un diadema di smeraldo verde.
Egli viveva entro il Sole e “portava” la luce fuori nel mondo, e illuminava ogni essere.
La sua forza e il suo fascino erano grandi, tanto che Michele non lo eguagliava: Lucifero era il “principe” della luce. Sapeva di essere bello e potente, ma a quei tempi donava la sua bellezza e la sua forza per il bene del Divenire universale.
Un giorno venne convocato da Dio. Egli gli disse:
“Lucifero, ho in serbo per te una missione grandiosa. Un compito a cui solo un essere meraviglioso e fedele come te può attendere. Vuoi sapere di cosa si tratta?”
Lucifero rispose:
“Onore e gloria al Dio degli eserciti celesti: ogni progetto che viene dalla tua mente santa è per me un onore adempiere e realizzare. Accetto a priori la missione, senza doverla conoscere. Può esservi solo assoluto bene, perfezione e amore, se un piano viene concepito da Te. E io posso solo inchinarmi se hai scelto me per realizzarlo”.
Dio replicò:
“Lucifero, io voglio che tu sappia i termini del Mio mandato. Perché la consapevolezza è il più grande dei doni e degli onori. E tu meriti questo dono.
Lucifero inchinandosi implorò:
“Dio delle meraviglie, delle cose mai nate e mai morte; nel tuo Essere risiede il segreto dei segreti. Io ammiro e glorifico ciò che proviene da te, ti ripeto: non voglio sapere la natura del progetto. Ardo solo da ora, di adempierlo con tutto me stesso”.
Dio disse allora.
“Lucifero devi  essere cosciente che nel momento in cui ti rivelerò quale è il mio piano, tu ti dimenticherai di te stesso, del tuo essere e “diventerai” il mio progetto.
Lucifero ancora, prostrandosi sussurrò:
“E sia, Dio: voglio trasformarmi nella tua idea, dimenticarmi di tutto ciò che sono. Dimmi cosa devo fare, rivelami il tuo piano”.
E Dio disse:
“Lucifero, da ora sino alla fine del tempo fissato, tu devi odiarmi”.
E in quell’attimo esatto sotto i piedi di Lucifero si aprì un abisso, obliando il suo passato e il suo essere.
 Egli cadde dai cieli, rotolandosi nel vuoto, perdendo dalla fronte la pietra del potere della luce, il diamante verde. Molti dicono che venne trovata da Adamo, e che poi la ebbe Melchisedek e infine venne plasmata nel calice con cui Giuseppe d’Arimatea raccolse il sangue di Cristo sul Golghota.
Di fatto Lucifero, da quel  momento odia Dio sino alla fine del mondo: adempie in perfetta esecuzione il piano divino.
Ma c’è chi dice che qualcuno lo redimerà, qualcuno gli riconsegnerà la memoria perduta. Qualcuno che gli rivelerà il mistero dell’amore che in lui è stato nascosto, cancellato.
Il Figlio dell’uomo, che nascerà dall’anima purificata dell’uomo,  lo salverà ed esso ritornerà ad essere quell’angelo di luce che fu un tempo.

GIOVANNI BATTISTA: “VOCE CHE GRIDA NELLA SOLITUDINE”

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IL BATTISTA PRECURSORE DELLA COSCIENZA DELL`IO individualeSi consideri che tutto il cammino dell’uomo è da intendere come la preparazione da parte della direzione spirituale del cosmo, di un essere che conseguisse la capacità di potersi afferrare come un io singolo.Occorre ora specificare la differenza che esisteva nell’uomo antico, riguardo il suo modo di sentirsi un “io”, rispetto all’uomo post/cristico.
E’ bene considerare che l’essere umano non ha avuto sempre lo stesso stato di coscienza, la stessa “presenza” o percezione di sé, la stessa esperienza mnemonica dei suoi ricordi.
La coscienza di essere, di avere memoria di se`, di sentirsi un “io”, individuale, distaccato dal mondo esterno non e` sempre stata la medesima come lo e` ora; non si deve credere che l`uomo di tremila anni fa fosse solo piu` ignorante di adesso e che i suoi pensieri e sentimenti fossero identici all`uomo odierno. Soprattutto cio` vale in particolar modo riguardo al suo modo di ricordare mnemonicamente, il quale lo differenziava molto da oggi.
Oggigiorno ogni singolo uomo ricorda la sua giovinezza e riesce a risalire al massimo, sino al primo ricordo che si “stabilizza” all’incirca verso i tre anni di età. Non si può retrocedere oltre.
Vi fu un tempo in cui l’uomo possedeva una diversa esperienza di memoria: egli non ricordava solo le proprie azioni, ma oltre a queste si frammischiavano azioni compiute da altri. Fra i propri ricordi comparivano le azioni del proprio, padre, del nonno, dell’avo, del patriarca. Quelle azioni, anche se si sapeva di non esserne gli artefici, le si considerava come proprie. La memoria si estendeva oltre la propria nascita fino a quando si poteva rintracciare una consanguineità. Veniva conservata nella memoria di ogni discendente, anche la memoria di un altro avo consanguineo, per centinaia di anni.L’uomo doveva piano piano staccarsi dal sentirsi appartenente all’anima di gruppo, per afferrarsi come anima individuale.

Questo fu il compito di Giovanni, preparare la venuta dell’io individuale. Che si compì con il sacrificio del Cristo sul Golghota.

Giovanni 1° capitolo

19] E questa è la testimonianza di Giovanni, quando i Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e leviti a interrogarlo: “Chi sei tu?”.

[20] Egli confessò e non negò, e confessò: “Io non sono il Cristo”.

[21] Allora gli chiesero: “Che cosa dunque? Sei Elia?”. Rispose: “Non lo sono”. “Sei tu il profeta?”. Rispose: “No”.
Il Battista nega di essere Elia
E’ interessante notare che quando il Battista viene interrogato sul fatto se egli fosse Elia, risponde negativamente. Si tenga presente che la maggior parte dei suoi contemporanei avevano ancora esperienze ataviche veggenti, quindi ricordavano di aver già vissuto precedentemente in altre esistenze, ne avevano il sentore. Essendo egli il precursore dell’io, per adempiere correttamente alla sua missione doveva essere completamente impossibilitato di percepire le vite passate. Egli poteva soltanto percepire -era anzi uno dei pochi- che esiste una vita soltanto nella quale puoi sviluppare una piena coscienza dell’io.

[22] Gli dissero dunque: “Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?”.

[23] Rispose: Io sono voce di uno che grida nel deserto. Come disse il profeta Isaia. Preparate la via del signore.
Il Battista “io Solitario”
Giovanni Battista è il primo uomo che avverte questo cambiamento: sente dentro di sé l’affiorare dell’io singolo, isolato che gli fa sperimentare una sensazione di solitudine, di estraniazione dal tutto.“Voce di uno che grida nel deserto della propria solitudine” questa frase esprime il concetto sovraesposto. Il Battista avverte di essere abbandonato a se stesso: sente la voce del suo io appena nato che urla il dolore della separazione dalla stirpe, come un neonato piange quando esce dal grembo. Giovanni, diversamente, fu il primo invece ad avvertire la sensazione dell’io individuale; egli cominciava a sentirsi distaccato dall’anima di gruppo ebrea, si sentiva quale essere unico, isolato, separato e solitario: egli tentennava innanzi al nuovo, inedito sentore di sentirsi “solo”, affidato a se` stesso davanti alla vita.
Egli si accorse di essere un “uno”; egli difatti diceva: “IO SONO VOCE DI UNO CHE GRIDA NEL DESERTO” (mt 34); il termine “deserto”, se tradotto dal greco, indica propriamente “luogo della solitudine” quindi si puo` interpretare: “IO SONO UNO CHE GRIDA NELLA SOLITUDINE DEL MIO IO”

[24] Essi erano stati mandati da parte dei farisei.

[25] Lo interrogarono e gli dissero: “Perché dunque battezzi se tu non sei il Cristo, né Elia, né il profeta?”.

Il “battesimo” era una particolare procedura esoterica, che il Battista di sua ispirazione (diceva di avere ricevuto l’ordine dall’alto di praticarlo) applicava sui suoi discepoli. Non si trattava del battesimo come noi lo conosciamo. Era una vera e propria tecnica che recava in sé alcune caratteristiche applicate anche nei riti iniziatici. Al contempo non si trattava neppure di una vera e propria iniziazione. Egli attingeva dai misteri alcune tecniche, per conseguire dati risultati. Per tal motivo i Farisei gli chiedono: “perché battezzi (ossia usi tecniche esoteriche che usavano gli iniziati: il profeta è un iniziato) se non sei né il Cristo, né Elia, né il profeta?”

[26] Giovanni rispose loro: “Io battezzo con acqua, ma in mezzo a voi sta uno che voi non conoscete,

Il Battista diceva, in modo occulto: “io sto preparando la strada ad un essere superiore; io annuncio che sta per venire colui che ci mostrera il modo per riacquisire la facolta` della veggenza, per ritornare a vedere il regno di Dio.
Allora gli uomini comprenderanno che Dio non vive in un luogo lontano inscrutabile, ma che è sempre stato affianco e dentro a loro. Essi ne hanno solo perso il ricordo e la visione. Io devo mutare la mentalita` degli uomini.”
Egli era un uomo inviato da Dio: l’ultimo Profeta.
Ora G.Battista e Gesu` qualora nei vangeli parlino della frase “il regno dei cieli e` vicino” indicavano che tramite il Cristo sarebbe accaduto un qualcosa che avrebbe ridonato agli uomini quella sopita e perduta facolta` chiaroveggente; tale Regno dei cieli, che e` in realta` il mondo spirituale, sarebbe disceso nuovamente sulla terra, fra gli uomini.

[27] uno che viene dopo di me, al quale io non son degno di sciogliere il legaccio del sandalo”.

[28] Questo avvenne in Betània, al di là del Giordano, dove Giovanni stava battezzando.

A cura di Tiziano Bellucci
Qui vedere un video sul tema:

“Un passo nella conoscenza: tre passi nel perfezionamento di sè”

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Apprendere, acquisire conoscenza significa divenire sempre più consapevoli e più partecipi dello stato delle cose riguardo il senso della vita e la missione dell’uomo sulla terra.Qui per “conoscenza“ non si intendono le nozioni scientifiche, ma le rivelazioni provenienti da indagini chiaroveggenti di individui predisposti.Più conosco e più mi si “svela” il mondo, i suoi esseri e i suoi propositi. Più apprendo è più vengo a sapere cosa devo fare e cosa non devo fare: che cosa si attende da me il cosmo. Mi si rivela il mio ruolo nell’economia universale come essere umano.

Al contempo tramite il conoscere mi vengono messe a disposizione soluzioni, giuste indicazioni per come operare in modo retto, sano e fecondo nel mondo.

Se eseguo in modo corretto quelle indicazioni (che spesso implicano una “modificazione” morale di me stesso) allora opero nel mondo e contribuisco al divenire: tutto sarebbe in armonia.

Ma cosa accade se pur conoscendo cosa non mi è utile, cosa “non è bene che io faccia” io faccio il contrario? Pur sapendo che la linea generale è “smettere di far quel che mi pare” per adempiere invece ai propositi che sono scritti nel mio destino, cosa accade se io mi abbandono ai miei utilitarismi, rinnegando i qualche modo la conoscenza e la mia coscienza?

Accade un fatto sconveniente.

Di solito un iniziato, sa che “per ogni passo verso la conoscenza deve fare tre passi verso i perfezionamento di se stesso” : conoscere significa “moralizzarsi”, ossia diventare individui eticamente responsabili di tutto.

Un iniziato è un individuo che precorre nel tempo l’intera umanità: compie in una vita ciò che la globalità degli uomini realizzerà in millenni. Acquisisce doti e facoltà interiori, poteri spirituali che sono conseguibili solo a mezzo di una severa disciplina occulta.

Questo comporta che, anticipando il suo futuro e quello dell’umanità debba trovarsi davanti anche quegli eventi, quegli incontri del destino che si sarebbero svolti solo in un lontano futuro, in vite future. In altri termini egli si trova in una sola vita a far fronte a “risolvere” legami di destino che forse avrebbe potuto o dovuto adempiere solo in tante vite. “Molti colpi di destino “ gli arrivano: viene investito da molti effetti karmici che come attratti da una calamita si precipitano verso lui. Solitamente tali “effetti karmici” si presentano come eventi dolorosi. Solitamente l’iniziato è dotato di potenti forze per far fronte a ciò: in altre parole, la sua iniziazione è connessa con il suo karma. Egli si dedica al propri perfezionamento, affinchè in lui si generino forze capaci di affrontare il destino in modo adeguato e di risolverlo. Solo se “diventa un essere perfetto, morale e giusto”, risolvendo, perdonando e amando può conseguire le sue doti e al contempo “liberarsi dal suo destino”.

Cosa accade invece se un uomo comune, non sottoposto a discipline, non dotato di enormi forze di compassione e di perdono, e quindi per nulla motivato ad essere “saggio ed elevato”, cosa succede se si dedica allo studio, al conoscere tanto da “riempirsi” di infinite rivelazioni spirituali?

Ciò che avrebbe dovuto conoscere per via naturale in tante vite lo viene a conoscere in una vita: il suo livello di consapevolezza cresce e pur conoscendo nulla, non fa nulla per migliorarsi.

Accade che come all’iniziato il crescere di conoscenza e consapevolezza, accresce il carico del suo destino, che gli viene incontro, travolgendolo. Incidenti, scontri, malattie, liti e discussioni di tante vite, arrivano in una sola vita e reclamano di essere risolti in modo impellente, ora. L’individuo incapace di gestire tale impeto, privo di forze e protezioni è destinato a soccombere.

Questo è il pericolo del tempo odierno.

Siamo circondati da libri, individui che in poco tempo e parole semplici senza richiedere all’uditori il minimo sforzo (spesso viene chiesto denaro) donano la conoscenza occulta: essa viene diffusa. Si ricevono “iniziazioni in un week end” o per corrispondenza.

All’individuo vengo rivelati dati fatti occulti, che lo destano e lo potenziano, senza affiancare al sapere una appropriata disciplina interiore compensatrice.

Ovunque veniamo bombardati da nozioni occulte: ogni “saggezza” acquisita senza sforzo, senza metterla in pratica reale comporta “attirare” destino futuro in questa vita. Senza esserne consapevoli, accrescendo la nostra conoscenza ci assumiamo la responsabilità di impegnarci a far fonte giù da ora a grosse preoccupazioni di destino.

Conoscere significa attivare un anticipazione di destino.

Qui, non si vuole dire che occorre”smettere di conoscere”: ma piuttosto avvisare dell’effetto che “ingenue” nozioni o “leggeri” insegnamenti possono fare sul carico di vita umano.

Vi sono cose che agiscono ed esistono anche se non vi crediamo.

Conoscendo, ci si responsabilizza senza saperlo.

Se decidiamo di conoscere, cerchiamo dunque di farlo armandoci delle qualità morali adeguate al contrappeso che ci verrà richiesto.

Io non desidero fermare nessuno nella propria ricerca di conoscenza: ma soltanto ricordare che a lato di essa serve una compensazione morale. Il monito non è per chi lo fa, ma per chi immagazzina nozioni occulte riguardanti il mondo oggettivo in modo enciclopedico senza al contempo dedicarsi ad una soggettiva ricerca e indagine di sè. In altri termini: conoscere solo il mondo e gli Dèi non porta a conoscere se stessi. Il “mondo umano” può essere indagato solo dalla nostra capacità introspettiva, mediante uno sforzo cosciente, ossia: la meditazione, la concentrazione, la contemplazione. Dette anche: pensare puro, sentire puro, volere puro.

L’accedere alla Conoscenza è un voler accelerare la propria evoluzione; bisogna assumersi di conseguenza anche la responsabilità di tale “richiesta anticipata”.
L’accelerazione evolutiva e quindi il voler conseguire in una sola vita ciò che ci sarebbe stato donato per necessità evolutiva in molte vite,significa parimenti,anche lo scontare o il compensare in una sola vita l’insieme degli eventi passati o cause karmiche smosse,i quali effetti sarebbe comparsi in tante vite successive.
La “domanda” di Conoscenza è direttamente proprozionale alla “risposta” del karma passato.
Con ciò si spiega il perchè qualora a volte si intraprenda un cammino di Conoscenza,capita improvvisamente che il richiedente venga colpito da malattie o da eventi sgradevoli; ciò rappresenta il presentarsi e il compensare di colpo,cause antiche che vengon richiamate in attività dall’impulso di Conoscenza,il quale ne anticipa la manifestazione.

Tiziano Bellucci