Mese: luglio 2016

Citazioni sulla chiaroveggenza di R. Steiner

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Citazioni sulla chiaroveggenza di R. Steiner

tratte da “LA MIA VITA” , sua autobiografia

Libero studio di Tiziano Bellucci, Luglio 2016

 

Steiner a colori Dichiarazione di Steiner della sua chiaroveggenza

La realtà spirituale era per altrettanto certa come quella del mondo fisico: ma avevo bisogno di giustificare questo, che per me era un fatto. Volevo poter dimostrare a me stesso che l’esperienza del mondo spirituale è  tanto poco illusione quanto poco lo è quella dei sensi.

Vivevano in me, due rappresentazioni che già prima del mio ottavo anno, erano una parte importante della mia vita dell’anima; distinguevo cioè esseri e cose “che si vedono” da esseri e cose che non si vedono”.

Nella geometria, del mio mondo infantile, trovavo la giustificazione del mio parlare di un mondo “che non si vede”.

In quel “mondo” vivevo volentieri. Perché avrei sentito come tenebra il mondo sensibile circostante se questo non avesse ricevuto luce da quello.

Racconto queste cose nella loro verità, sebbene la gente che cerca ragioni per considerare l’antroposofia una cosa fantasiosa possa trarne conclusioni dicendo che fin da bambino ero propenso a fantasticare e che quindi non meraviglia che più tardi si sia formata in me una concezione fantasiosa del mondo.

 

La religiosità da bambino

La mia anima amava immergersi nella solennità della lingua latina e nei culti religiosi. Fino al decimo anno fui a stretto contatto con il parroco.

L’insegnamento religioso e il catechismo erano di gran lunga meno efficaci nel mio mondo interiore, di ciò che il parroco compiva come ministro fra il sensibile e il soprasensibile.

Tutto ciò era per me sin dal principio, intimo e profonda esperienza.

Vivevo nel mondo sensibile: ma in realtà sentito e vivevo continuamente con quell’altro mondo.

Non ero un sognatore: anzi mi trovavo a posto nelle pratiche della vita.

 

La “visione spontanea”

Man mano che crescevo, sentivo di dovermi accostare alla natura, per poter prendere posizione di fronte al mondo dello spirito il quale mi stava innanzi come visione spontanea.

Mi dicevo: “posso orientarmi nel mio mondo spirituale interiore solo se il mio pensiero raggiungerà in se stesso una conformazione tale che lo renda in grado di penetrare fino all’essenza dei fenomeni della natura”.

Il mondo spirituale era aperto al mio sguardo come realtà. Di ogni essere umano mi si rivelava l’individualità spirituale: essa si manifestava nel mondo tramite un corpo fisico, dato dai genitori. Potevo seguire l’essere umano oltre la morte, sulla sua via nel mondo spirituale.

Una volta, dopo la morte di un mio compagno, scrissi di lui ad un insegnante fidato, il quale però non colse nessuna realtà in quel mio lavoro.

La mia visione del mondo spirituale incontrava ovunque disinteresse: altri la relegavano nello spiritismo, modalità per me ripugnante.

 

Forme materiali e spirito

Mi accostai agli studi di anatomia. Contemplai diverse parti dell’organismo animale e umano, vegetale. E giunsi a modo mio, alla concezione goethiana della metamorfosi. Mi resi conto che ciò che appare ai sensi conduce da se stesso a quell’altra immagine che a me era percepibile in modo spirituale.

Ad ogni forma sensibile corrisponde un archetipo nel mondo spirituale.

Quando meditavo sul pensare, sentire e volere umano, vedevo apparire di fronte a me, l’uomo spirituale fino a percepirlo in immagine.

Nella figura umana vedevo nella parte del capo come quella in cui lo spirito è più visibile: nella parte inferiore degli arti e del ricambio vedevo lo spirito nascondersi maggiormente. Nella parte centrale vi era una mediazione fra i due sistemi.

 

rs_1915Un nuovo metodo di osservazione e indagine

Mi convinsi che per spiegare i fenomeni organici, non era possibile usare lo stesso modello usato per indagare l’inorganico. Goethe divenne per me il Galileo dell’organico.

Goethe cercava prima di osservare l’evolversi di ogni singola mutazione della pianta. Poi si ritirava in silenzio e cercava di ripercorre i processi, facendo provenire ogni mutazione da quella precedente. L’insieme delle immagini, andavano a suscitare nel suo spirito, il “tipo” ossia la pianta “tempo”, la quale era l’essere invisibile che aveva reso possibile tutte le varie fasi di sviluppo della pianta.

 

Sull’indagine delle vite passate

Spesso vi sono aspetti della personalità, della fisionomia e della gestualità di una persona che si sente bene non provengono da elementi ereditati dai genitori o dall’ambiente.

La capacità di scorgere vite passate non si ottiene “riflettendo” sui caratteri esteriori di una persona: la si sente suscitata in sé apparentemente dai caratteri esterni di quella persona, ma che vanno a stimolare un processo intuitivo.

Non si deve fare questo tipo di indagine mentre si è insieme a quella persona, ma solo quando la forte impressione ricevuta da lei a operare in noi e diventa come un ricordo vivificato, nel quale scompare l’apparenza sensibile e compare invece un elemento soprasensibile.

 

In questo periodo della mia vita conquistai le precise intuizioni sulle ripetute vite terrene dell’uomo. Contemporaneamente entrai in contatto con il movimento teosofico che ebbe origine da Melena Petrovna Blavatsky. E mi capitò fra le mani il libro “il buddismo esoterico” di Sinnet.

Fui grato al destino di farmi arrivare quel testo dopo che avevo sviluppato le mie convinzioni sulle vite passate: se fosse accaduto prima, a causa dell’antipatia che sentivo verso quel modo di presentare processi spirituali, quel testo mi avrebbe sicuramente stato di ostacolo sul mio cammino.

 

Il pensare svincolato dai sensi

A quei tempi ero giunto a pensare: l’anima diviene attiva in modo superiore quando pensa senza attingere i suoi contenuti rappresentativi dal mondo dei sensi, sviluppando così un attività svincolata dalla percezione dei sensi. Il pensare libero dai sensi, conduce all’esperienza dell’essenza spirituale del mondo.

 

Il pensare organo di percezione

La percezione dei sensi e la conoscenza sensibile è solo un avanguardia della vera conoscenza riguardo l’essenza del mondo: in essa non si rivela tutto ciò che il mondo contiene.

La realtà del mondo in sé è costituita di essenza e apparenza. L’uomo a tutta prima prende coscienza dell’apparenza, incontra con i suoi sensi la veste illusoria del mondo.

Se però, all’atto del percepire l’anima di sforza di progredire e quindi di superare il pensare riflesso, realizzando il pensare svincolato dai sensi, allora l’illusione si compenetra di realtà, cessa di essere illusione.

Allora lo spirito umano incontra lo spirito del mondo, che per l’uomo, è nascosto dietro il mondo sensibile, ma vive ed opera in esso.

Quando il pensare si impossessa dell’idea, si fonde con le sorgenti primordiali dell’esistenza del mondo. Ciò che opera da fuori e dietro le cose penetra ora nello spirito umano, cosichè quest’ultimo diviene uno con la realtà oggettiva alla sua più alta potenza.

La percezione dell’idea nella realtà è la vera comunione dell’uomo. Il pensare ha, di fronte all’idea, la stessa funzione che l’occhio ha di fronte alla luce, così’ come l’occhio davanti al suono: diviene organo di percezione.

(Si parla del fatto di usare il corpo eterico e i suoi organi come strumento di percezione e indagine del mondo spirituale. Il corpo eterico è il corpo del pensiero. L’attività pensante è di fatto, un processo eterico. Dire di usare “il  pensare come organo di percezione” equivale a dire che trasferendo la coscienza nel corpo eterico il pensare cessa di essere –come di consueto- un attività di riflessione o associazione o mnemonica, e diviene un’altra cosa: uno strumento di percezione diretta della realtà spirituale)

Sentivo parte del mio destino riallacciare le mie concezioni a Goethe, anche se egli non era ancora arrivato sino alla visione immediata dello spirito.

 

rs_1916_7Il mistico mi appariva come un individuo che non riesce a raggiungere un rapporto chiaro col mondo delle idee, incapace di scorgere lo spirito nelle idee. Si sente agghiacciare al loro contatto, è costretto a cercare il calore di cui l’anima di cui ha bisogno tramite il sentimento religioso.

Sentivo di dover respingere in toto la via che conduce allo spirito solo attraverso il sentimento.

Io cercavo la comunicazione con lo spirito tramite le idee, il mistico invece la cercava sfuggendo dalle idee.

Quando si arriva alla vera visione dello spirito, essa assegna i suoi limiti a ciò che è elemento personale: l’ego umano cessa di agire, quando si diviene chiaroveggenti in senso puro, perché l’anima si trasforma in strumento di visione, non di giudizio.

Il mio dubbio era: le mie idee, le mie ricerche devono comunicarle al pubblico in forma mistica o in forma scientifica?

 

Goethe ispiratore di Steiner

Goethe evitava di tentare un interpretazione del mondo spirituale.

Egli quando parlava della natura era immerso nello spirito. Voleva sì sentire se stesso nello spirito, ma non voleva pensare se stesso nello spirito. Temeva di cadere nell’astrazione. E quindi non ne parlava per devozione.

Il lavoro che per destino “mi toccò” di compiere riguardo all’edizione delle opere di Goethe mi indico la modalità sul “come” esprimere le mie esperienze spirituali.

Durante il mio lavoro sui suoi scritti, Goethe mi era sempre vicino in spirito.

 

All’uomo non è dato fin dal principio il suo vero essere, la vera autocoscienza: egli deve conquistarla dopo aver raggiunto un intesa della coscienza umana con se stessa”.

Dopo il 1890, mi ritornava spesso alla mente la fatica che da bambino facevo per entrare in contatto con il mondo sensibile, e come mi era familiare invece il mondo soprasensibile.

Imprimermi nella memoria dati esteriori era stato sempre molto faticoso: dovevo vedere e rivedere parecchie volte un oggetto della natura per arrivare a sapere come si chiamasse, in quale categoria la scienza lo classificasse. Il mondo sensibile aveva per me un carattere d’ombra, d’immagine.

Mi sentivo molto solo in quel tempo, rivolto da un lato a Goethe, da un altro lato a Nietzche.

 

La negazione dello spiritismo

Non praticai mai lo spiritismo: andai sempre per vie diverse. Penso anzi che lo spiritismo del nostro tempo sia la deviazione spirituale di anime che cercano lo spirito in maniera esteriore, quasi sperimentale, perché non sanno più sentire la realtà, la verità e la schiettezza di una ricerca davvero conforme allo spirito.

 

Il meditare su “pure idee”prive di immagini

Ero convinto che occorresse anzitutto riconoscere che la giusta via per penetrare nel mondo spirituale passi a tutta prima attraverso l’esperienza di idee pure.

Mettevo in evidenza che, come l’uomo può avere un esperienza cosciente che gli proviene dai sensi (calore, suono, colore) allo stesso modo può sperimentare anche pure idee, che non recano in sé nessun elemento sensibile: prive di qualsiasi figurazione o forma esteriore. (le idee archetipiche: il bello in sé, la giustizia in sé, il popolo italiano in sé)

In queste idee prive di immagine, lo spirito è reale, vivente.

Mi dicevo: ogni esperienza spirituale umana deve germogliare nella coscienza partendo da questa esperienza delle idee pure.

Quando si vive nelle idee pure, si vive nello spirito.

E’ possibile secondo una scienza moderna di indagine, penetrare nel mondo spirituale attraverso la spiritualità vivente nelle idee. Se lo si fa nel modo e con l’intensità giusta può avvenire che dal mare della generale esistenza spirituale (dal mondo delle idee), si stacchino e si rendano visibili per la percezione umana, individualità spirituali senzienti e creatrici.

Per il fatto che io cercavo l’esperienza spirituale a tutta prima attraverso le idee, mi si fraintendeva, accusandomi di razionalista o intelettualista.

 

Il cambiamento di capacità percettiva. Il percepire puro

Avevo 36 anni, al termine del mio soggiorno a Weimar.

Mi era sembra stato difficile non poter riversare l’esperienza dell’anima in profondità negli organi di senso, così da poter avvertire anche ciò che i sensi sperimentavano. Ciò si mutò dopo tale età.

 

Steiner soloLa mia capacità di osservazione per le cose subì una metamorfosi nel senso che divenne più precisa, più esatta in ogni ambito della vita esteriore. Mentre prima tutto viveva dentro di me, nell’anima e nel pensiero ora si destò in me un attenzione, prima inesistente, per tutto ciò che si percepisce con i sensi. I particolari mi divennero importanti. Sorse il sentimento che il mondo dei sensi avesse da rivelarmi qualcosa che esso soltanto può rivelare.

E considerai come un ideale l’imparar a conoscerlo unicamente attraverso ciò che esso ha da dire, senza che l’uomo vi introduca nulla né col pensiero, né con altro contenuto della sua anima.

 

Scopri che gli esseri umani, non giungono ad afferrare con purezza né il mondo spirituale né il mondo fisico: passano troppo presto dal loro mondo interiore al mondo fisico. Mischiano di continuo istintivamente ciò che le cose dicono ai loro sensi con ciò che l’anima sperimenta dentro di lei tramite il suo spirito. Sorge così un modo errato, mutilato di formarsi una giusta rappresentazione delle cose osservate.

 

Affrontavo il mondo in modo oggettivo, libero da ogni elemento soggettivo dell’anima.

Concentravo la mia attenzione in modo da accogliere in modo assolutamente oggettivo, attraverso il solo uso dei sensi, ciò che di una persona, di un fatto o cosa mi si presentava. Evitavo scrupolosamente di inserire in ciò che gli uomini facevano giudizi personali, considerazioni o critiche, mi sottraevo dal sentire antipatia o simpatia nel mio rapporto con loro. Volevo semplicemente lasciare che l’uomo, così come era, agisse su di me.

Risultò che osservare il mondo in questo modo, introduce veramente nel mondo spirituale.

Nel momento in cui si osserva il mondo fisico, si esce completamente da se stessi; e appunto grazie a ciò, si rientra nel mondo spirituale con un accresciuta capacità di osservazione spirituale.

Mi dicevo: ecco, il mondo è pieno di enigmi. La conoscenza vorrebbe risolverli: gli enigmi però non si risolvono per mezzo dei pensieri. I pensieri servono solo ad introdurre l’anima sulla via di possibili soluzioni. I pensieri non hanno soluzioni in sé.

Il mondo intero è un enigma: e l’uomo stesso ne è la soluzione.

Ciò che il singolo uomo può spiegare dell’enigma del mondo, dipende e corrisponde alla misura in cui egli ha conosciuto se stesso, quale essere umano.

La conoscenza nell’uomo è la sua partecipazione a ciò che esseri e avvenimenti, nel mondo spirituale e nel mondo fisico, hanno da dirsi.

La conoscenza reale può scaturire dalla dedizione oggettiva all’osservazione pura e limpida dei sensi.

Attraverso il percepire puro mi era dato un nuovo mondo, un nuovo modo di indagine.

 

Non appena l’intera essenza del mondo sensibile agiva su di me solo attraverso i sensi, senza che io la pensassi, mi stava dinanzi un enigma quale realtà. E la soluzione dell’enigma era in me.

 

L’uomo come organo di percezione degli Dèi

L’uomo non è un essere che ha il compito di creare solo per sé i contenuti della sua conoscenza, ma suo ruolo è di offrire la sua anima come palcoscenico sul quale il mondo possa cominciare a sperimentare in parte la sua esistenza e il suo divenire. Senza la conoscenza umana, il mondo rimarrebbe incompleto.

L’uomo è chiamato a diventare un collaboratore alla creazione del mondo, non un riproduttore di copie dei pensieri presenti nella natura.

Nacque in me allora una profonda esigenza vitale di meditare sistematicamente, per realizzare una conoscenza del mondo. Meditavo già, ma non in questo modo “puro”.

Avevo bisogno di meditare, così come il corpo ha bisogno di respirare.

 

Leggi esteriori, leggi interiori

Nelle mie meditazioni, sentii che l’ordinamento morale del mondo era l’espressione di ordini, colloqui, parole provenienti dai mondi spirituali verso la terra e l’uomo, che chiede di essere accolto solo da chi sia in grado di riconoscere lo spirito come realtà.

Quando l’individuo non è in grado tali “direttive morali” sono leggi, comandamenti, obblighi.

Quando l’individuo partecipa al mondo spirituale in modo vivente queste “imposizioni” assumono un’altra veste: vengono sentite e riconosciute come deliberazioni presenti nella sua individualità.

 

Chiesa e chiaroveggenza

Tutto ciò che fa parte della religione è prescrizione di precetti morali che provengono da rivelazioni comunicate da chiaroveggenti (profeti) del passato.

Si tratta di leggi che arrivano all’uomo dall’esterno.

A questa modalità dogmatica si opponeva la mia concezione dello spirito, che non si accontentava di “rivelazioni altrui” ma voleva sperimentare il mondo spirituale come sperimenta il mondo fisico. E vi si ribellava pure il mio individualismo etico, che riconosceva la vita morale non da comandamenti esterni, ma tramite uno sviluppo dell’essere umano che potesse fare affiorare in lui la sua stessa parte divina.

 

Io vedevo nel pensiero una opportunità di penetrare nello spirituale: ma per chi non ha come me, la capacità di vivere nello spirituale, questi miei propositi potevano venire visti come mere attività di pensiero.

Per chi indaghi il mondo fisico con la sola attività mentale o intelettiva, vi sono entità arimaniche, che subito si inseriscono fra il mondo e la sua anima portandolo alla convinzione che tutto il mondo sia propriamente meccanico. Che tutto sia sorto dal caso e vada avanti come spinto da un inerzia.

In tempeste interiori dovetti preservare la mia visione spirituale da questi esseri.

 

Il cristianesimo che io sentivo, non lo riuscivo a trovare in nessuna confessione religiosa. Dovetti immergermi io stesso nel cristianesimo, nel mondo in cui lo spirito stesso ne parla.

Molti credono che io abbia elaborato la visione antroposofica del Cristo, rifacendomi ad antiche tradizioni gnostiche. Ma non è così.

 

Ebbi in quel periodo esperienze spirituali importanti: mi trovai davanti al mistero del Golgota nella sua più intima e profonda solennità della conoscenza.

Sentii lo stimolo di scrivere il cristianesimo quale fatto mistico: in quel testo scrissi ciò che potei attingere dal mondo spirituale stesso. Ciò che scrissi e dissi sui vangeli non fu frutto di riflessione, ma di mie ricerche spirituali.

 

La condizione per comunicare verità occulte

E’ importante portare le persone, per gradi, alla conoscenza dello spirito, e di non ammettere nessuno ad un grado in cui si diano le comunicazioni superiori del sapere, se prima non conosca quelle inferiori. La stessa regola che si segue per le scuole statali inferiori e superiori.

 

Io comunque non impegnato di fronte a nessuna confraternita per il mantenimento del segreto, perché non attingevo da nessuna “sapienza antica”. La mia conoscenza proveniva dalla mia propria ricerca spirituale. Solo dopo potei dimostrare una concordanza fra le mie indagini e altri saperi esoterici “antichi”.

 

 

La conoscenza antroposofica priva di pericoli

Ciò che proviene da una veggenza dell’anima cosciente, come quella realizzata tramite l’antroposofia, è una conoscenza che può essere divulgata senza alcun timore, perché si rivolge ad una sfera dell’anima e ad individui che possono accoglierla e comprenderla solo se in loro vi è una data predisposizione. Essa non reca in sé pericoli di essere usata in modo non pertinente: in realtà di protegge da sé, perché richiede un attiva volontà del ricevente nel poter essere accolta e compresa.

 

La conoscenza medianica pericolosa

Nella divulgazione della conoscenza che proviene da sfere non coscienti, quindi medianiche o subcoscienti, può invece divenire pericolosa.

Tali dottrine possono essere solo accolte dal subcosciente e non da una elaborazione cosciente; serve una guida, un maestro che sappia “formare” un discepolo in grado di saperle accoglierle

con l’appropriata preparazione e purificazione. Tutto questo deve essere trattato con grande oculatezza, perché si tratta di forze che possono diventare distruttive se non gestite intimamente da persona a persona, appunto una guida che abbia predisposto un allievo ad accoglierle in modo subcosciente. Quindi sarebbe un errore esporle ad un pubblico non preparato a questo tipo di forze. Esse potrebbero danneggiare gli ascoltatori, anche a loro insaputa.

 

rs_1918_5Dal 1902 avevo la facoltà di vivere completamente nel mondo spirituale: avevo immaginazioni, ispirazioni e intuizioni le quali solo gradatamente vennero ad esprimersi nei miei scritti successivi.

Gli anni dal 1901 al 1908 furono quelli in cui vissi con tutte le forze dell’anima sotto l’impressione dei fatti e del mondo spirituale che venivano a me. Si svilupparono conoscenze speciali.

Il mio stile di scrittura non è tenuto in modo da far trapelare miei sentimenti soggettivi. Mentre scrivo, attutisco ciò che sale dall’intimo calore e dal profondo sentimento, in uno stile asciutto, matematico. Ma solo questo stile può essere un risvegliatore, perché il lettore deve suscitare in se stesso il calore e il sentimento; non può lasciare che, in uno stato di coscienza smorzata, essi vengano in lui “travasati” dall’autore.

 

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IL TATUAGGIO E IL PRIMITIVO MODERNO

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IL TATUAGGIO E IL PRIMITIVO MODERNO

shutterstock_147145586Gli studiosi del comportamento si sono chiesti perché in una società così mobile come la nostra, dove si cambia casa, lavoro e partner con estrema facilità, sentiamo il bisogno di lasciarci segni indelebili sulla pelle.

La parola tatuaggio tatuaggio deriva dal termine taitiano «tatu», che significa «segnare qualcosa».

Il tatuaggio certifica/dichiara l’appartenenza ad un gruppo, ad un ideale, evidenzia passioni, esorcizza paure: una sorta di giuramento fatto a se stessi ed ad altri.

Farsi tatuare, per un cacciatore significava ricevere protezione, comunicare con la preda a livello spirituale, per un guerriero assumeva una funzione pratica: il giusto elemento avrebbe reso migliori le sue capacità fisiche e conoscenza del combattimento, avendo dalla sua parte il favore degli spiriti.

Quali possono essere le ragione che portano un giovane a tatuarsi o a mettersi un piercing?

Il tatuaggio,  è un forte messaggio che porta l’individuo in comunicazione con se stesso e con gli altri, racconta qualcosa della sua vita, delle sue scelte e dei suoi sentimenti. Dietro ogni tatuaggio vi è una storia vissuta, o che si vorrebbe vivere. E’ un immagine interiore, ideale di sé, che viene oggettivata. E’ un bisogno, una domanda.

In alcuni casi, vi è un individuo che non si trova a suo agio nel suo corpo, non lo sente come la sua casa appropriata, non lo avverte come una proprietà che gli appartiene: ecco che appare l’impulso di personalizzare ciò in cui abita.

Diventando parte integrante della propria identità personale, il tatuaggio “porta fuori” qualcosa di noi che in genere viene tenuto nascosto o non espresso. E’ espressione sul corpo di qualcosa che vive nell’interiorità. Il tatuaggio può anche derivare dal bisogno di essere accettati, può essere un messaggio d’aiuto, una richiesta profonda di partecipazione.

I ragazzi di oggi spesso scelgono il tatuaggio anche per esorcizzare la paura, l’insicurezza e la solitudine. Non a caso, in una società dove la famiglia e le comunità tradizionali sono in crisi, i segni tribali sono tra i preferiti.

Si cerca forse inconsciamente una “famiglia”,  una “società” ideale migliore di quella in cui si vive? E il tatuaggio, il piercing è il simbolo di appartenere ad un umanità superiore, che non esiste ancora, ma che si vorrebbe tanto esistesse?

La molla più potente e profonda che spinge a desiderare un tatuaggio è probabilmente quella di volersi distinguere da tutti gli altri, il bisogno di riaffermare a livello visivo la propria diversità, il proprio essere unici rispetto alla massa.

Tatuandosi si cerca di affermare la propria individualità, imitando in questo modo però tutti quelli che si tatatuaggiotuano per affermare la loro individualità. L’illusione di essere gli unici speciali, importanti ed eroici sta diventando un problema, sopratutto perché si vive in un mondo che celebra questi valori.

I ragazzi oggi si tatuano per comunicazione, per tentativo di anticonformismo, rifiuto dell’omologazione, ribellione. Ma la cosa strana è che il tatuaggio è nato come rispetto della tradizione e segno di appartenenza a un gruppo. Simbolo di Omologazione, quindi. Un tatuaggio dice che fai parte del gruppo delle persone che hanno dei tatuaggi.

Come si è visto al principio di questo scritto, tatuaggi e percing non sono altro che il riemergere di antichi, primitivi riti pagani esoterici, nel presente. E’ curioso che i ragazzi, che dovrebbero rappresentare il futuro, vengano invece attratti dal passato, dal tribalismo, da ciò che è morto e rappresenta una fase dell’umanità superata, evoluta. Essendo questo il tempo dell’individualismo, in cui “far parte di un gruppo, di un clan” è un anacronismo, qualcosa che non si confà con lo spirito attuale.

Di fatto farsi tatuare è fare un passo verso il passato antico, ritornare al primitivo, alla tribù

Tuttavia il tatuaggio entra nella pelle e diventa parte dell’uomo per sempre e con esso anche il simbolo tatuato assume un potere più forte e può agire anche dopo la morte. Infatti si può a ragione pensare che quando l’anima lascia il corpo, essendo il tatuaggio parte del corpo, porta via assieme all’anima un estratto cosi da poter continuare la sua influenza anche nell’aldilà. Quindi è consigliabile tatuare simboli che non evochino realtà o entità negative. Onde evitare che richiamino forze corrispondenti. E’ quindi sapere esattamente il significato di un determinato segno e il proprio potere.

Il corpo fisico ci viene dato costruito con una saggezza divina superiore. Quando lo riconsegneremo, recherà le tracce della nostra condotta morale.  Ogni ruga è un “taguaggio” naturale che si è creato di conseguenza ad una sofferenza, ad un dolore superato.

Cerchiamo di rendere degno il nostro corpo di essere accolto da una terra che riconosce i segni e i simboli che vi abbiamo tracciato.

La scienza spirituale può dare giusti impulsi, quando indica che l’evoluzione umana ha sorpassato il tempo del “gruppo”, di ciò che nei tempi antichi era appartenenza alla razza, alla tribù: si è nell’epoca dell’io, al quale per affermarsi come tale, non possono esistere protesi, puntelli o sostegni.  Ci si deve fondare su sè stessi.

 

Tiziano Bellucci

LA COLPA UMANA e IL MALE

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LA COLPA UMANA e IL MALE

maxeresdefaultSteiner dice in filosofia della libertà che ogni atto amorale non appartiene alla natura umana.
L’uomo è un essere spirituale: per sua natura non sente l’impulso ad uccidere il simile o a distruggerlo.

Ricercare responsabilità e colpe fra gli esseri umani per ogni atto di omicidio, di strage di orrore può portare in una direzione sbagliata.

La forza che porta l’uomo a creare distruzione è dentro l’uomo, ma non è parte del suo spirito, non appartiene alla sua individualità. Si tratta di un extra forza di natura demoniaca.

Sicuramente la cosa più comune oggi è ridere di questo: che appare una affermazione medievale.
“Il diavolo? Ma esiste il demonio?

Ma alla guida di un camion che travolge bambini e civili, un individuo che spara in una scuola, un altro in una discoteca: ma dietro a questi individui c’è da credere vi sia un uomo? un essere umano?

Ciò che si vede negli atti terroristici, nelle uccisioni prive di scopo non vengono svolti da esseri umani, ma da demoni.
Forse involucri umani riempiti da demoni. Occupati momentaneamente. O addirittura demoni che nascono dentro un corpo umano, per cause legate all’inseminazione artificiale, alle cellule modificate, alla tecnologia non naturale.

Se non piace la parola demone, se ne trovi una altra.

Giudichiamo quindi il male, ma non l’uomo.
E non ricerchiamo le cause qui sulla terra. Neppure in cielo le troveremo, neppure nel destino degli uomini che sono rimasti uccisi: cerchiamole sottoterra, in un mondo non fatto di umani, ma di demoni.
Credere che esistano complotti orditi da umani è creare disorientamento: perché è proprio scopo dei demoni quello di far cadere sull’uomo la responsabilità delle loro azioni.
La responsabilità è nel mondo spirituale inferiore, fra le potenze del male.

Credere che la responsabilità del male sia nelle mani di uomini significa essere materialisti: significa non essere a conoscenza delle regie occulte, le quali usano gli uomini per distruggere.
I più grandi spiritualisti possono venire ingannati.

Rivolgendoci agli ufologi: non si attendevano gli alieni, gli extraterrestri malvagi? Essi sono arrivati, ma non dal cielo sulle astronavi. In realtà è il centro della terra che è emerso e le sue creature vivono tra noi.

Armiamoci e dotiamoci di forze morali, e smettiamo di cercare il colpevole fra i “potenti” terrestri.
Dietro ogni potente vi è un essere demoniaco, che lo pilota per i suoi scopi.
Più cercheremo di guardare in viso il male, più egli si indebolirà.
Più lo riconosceremo, più egli fuggirà.
Non smettiamo mai di avere fiducia in noi e nel mondo spirituale da cui siamo provenuti.

 

AMORE DI SE’ – AMORE DELL’ALTRO

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AMORE DI SE’ – AMORE DELL’ALTRO

orfeo012Solitamente si ama qualcuno perché egli ha in sé determinate caratteristiche nelle quali noi proviamo appagamento. E questo appagamento deriva dal fatto che egli è simile a noi, in alcuni aspetti e così noi rispecchiandosi in essi, troviamo un autocompiacimento. Crediamo di amare lui, mentre amiamo noi attraverso di lui. Egli ci dà modo di poter apprezzare nostre qualità che sentiamo rifletterci indietro come simpatia, come viva luce e caldo colore animico. Si ama l’altro per amore di sé: lo si utilizza come una superficie specchiante. Quando egli non “riflette” in modo appropriato, allora spesso è giunta l’ora di cambiare lo specchio.

Forse non si sa abbastanza con chiarezza che il vero amore dovrebbe invece amare l’essere per ciò che è. Amarlo perché riscontriamo in lui qualità creative che noi non possediamo, ma che troviamo belle, importanti. Vedere belle qualità nell’altro suscitano in noi un caloroso apprezzamento, ed esse ci stimolano ad amarlo, ad elogiarlo, a poterlo frequentare, per godere della bellezza di cui è portatore. E’ amore per lo spirito, per i suoi talenti spirituali.

Questo tipo di amore chiede una partecipazione attiva da parte nostra: non si dà da sé, non sorge spontaneamente, al principio. Deve essere voluto. Si tratta di volere approfondirsi nell’altro al punto di volerlo conoscere a pieno, con vivo interesse. Indagare con dedizione lo spirito e l’anima dell’altro per sincero interesse conoscitivo, è già amore.

L’amore per l’altro si sviluppa tendendo a perfezionarsi, a porsi delle piccole rinunce: a rinunciare ad alcune nostre debolezze, che ci limitano. Se tendiamo a voler diventare migliori, operiamo già nella direzione di creare in noi facoltà di amare. L’impulso a perfezionarsi si tramuta in capacità di amare.

 

Tiziano Bellucci

LE ABERRAZIONI SENSUALI E LE “SANTE ISPIRAZIONI”

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LE ABERRAZIONI SENSUALI E LE “SANTE ISPIRAZIONI”
Ogni male nasce perchè qualcosa che è buono, viene utilizzato nel mondo in un altro modo, e viene così trasformato in male“. R. Steiner
struzzoI materialisti sono veri e propri struzzi: mettono la testa nella materia, credendo che fuori di essa non esista null’altro. Ma anche nel materialista esiste un impulso a “cercare” la verità, a indagare il senso della vita: anche se non viene portato a coscienza, in ogni anima vi è un amore per il mondo spirituale, un impulso vivente alla sua ricerca, che viene messo a tacere.
Esiste una legge che dice: ciò che viene ignorato, rispunta poi da un’altra parte. E spesso esso “spunta” come esagerata brama, desiderio dei sensi.
Dallo spirito che è in ogni uomo affiora l’impulso a cercare se stesso –impulso anticamente chiamato Eros- e non trovando libero sfogo come filosofia, conoscenza ed esperienza esoterica di “passione per la ricerca dello spirito” trova la sua via invece entro i sensi.
Ciò che sarebbe elevatissimo, se colto a livello mentale, viene impiegato con la “mente” inferiore. La sessualità o la pancia.
Le massime perversioni, passioni ignobili e aberrazioni sensuali che si presentano oggi nell’uomo, sarebbero in realtà “sante aspirazioni per la ricerca di sé” che lo porterebbero in alto: invece non trovando terreno adatto, scadono dal loro reale livello, in un ambito materiale.
Da “ispirazioni divine” divengono degenerazioni dei sensi. Ciò che elevato e delizioso, si tramuta in basso e disgustoso
Questo non lo si dice per giustificare il maniaco o il pedofilo, ma per suggerire che in realtà ogni cosa ha in sé un “bene” che se impegato in un ambito diverso, diviene un “male”.
Tiziano Bellucci