Mese: marzo 2017

SUPERARE LA NOIA COME VIA DI RISVEGLIO

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SUPERARE LA NOIA COME VIA DI RISVEGLIO

L’essere umano non nasce predisposto a “concentrarsi”: fissarsi su un punto, su una situazione, produce in lui la monotonia. E questo vale per ogni ambito: dal giocare, al lavoro, al rapporto di coppia, al matrimonio.
Tutto primo poi, nel suo ripetersi nella medesima forma, crea l’assuefazione, l’indifferenza, la noia.
Perché egli è un ricercatore, un investigatore cosmico: strutturato in modo che in lui si originino in lui continui stimoli, bisogni, brame e passioni, che lo incitino a sperimentare, a ricercare sempre cose nuove nella vita. La sua natura gli impedisce di essere continuativo, stabile, permanente, duraturo e costante.
Solo tramite un educazione esoterica, che si incentri sulla pratica della concentrazione del pensiero, può imparare a contrapporre alla naturale noia, un interesse attivo, che viene generato dalla sua interiore volontà. Concentrarsi è dedicarsi volitivamente ad un tema, un oggetto: che è al contempo un educazione all’amore.
Amare è avere interesse ai massimi vertici, ma per tutto, non solo per una cosa: stranamente si può dire che nell’uomo vi sia già questa la sua tendenza: desiderare ogni cosa. La differenza è che l’uomo non ama disinteressatamente, desidera con interesse. La concentrazione insegna ad amare la singola cosa, per diventare capaci di amare ogni cosa.
Il problema è dunque questo: l’umano si annoia. E questa noia produce in lui l‘attitudine a vivere nella continua pratica del rinnovare il suo mondo esteriore e interiore apportandovi stimoli nuovi o rinnovati.
Se io imparo ogni giorno a concentrarmi su un oggetto, mi sottopongo ad un attività che mi educa a godere di ciò che vive nella noia. Scopro in essa un altro principio. Al principio concentrarsi è difficile, perché ci si trova ad operare contro natura. Essa non vuole cedere alla monoidea, tende al pluralismo. Ma con il tempo si arriva ad un superamento della consueta noia, facendo leva su essa stessa. Si produce uno “scatto” della coscienza ed ecco che ogni monotonia sparisce, e si palesa uno “stato” in cui la calma e la serenità divengono la base dell’esistenza. Ci si accorge che oltre il muro della noia, dimora la calma universale, la pace. Come se fosse stato disposto che la monotonia dovesse fungere da “guardiana” sulla soglia dell’ armonia interiore.
Di fatto, superare la noia significa provocare un “corto circuito” al sistema nervoso: superare l’ordinaria capacità di pensare poggiante sul cervello.
Infatti se ci si esercita con il tempo a concentrarsi su un tema, per via naturale accade che la coscienza vada ad ampliarsi e smette di essere sottomessa al sistema nervoso. Esiste senza poggiare sulla materia: ma si estrinseca tramite un altro veicolo, il corpo eterico, il cervello eterico.
Vi è quindi un sistema per divenire più stabili, più coerenti con le proprie scelte e continuativi: abituarsi a concentrarsi in se stessi.
Ad es. una coppia, che voglia essere in pace non deve promettersi fedeltà: ma imparare a concentrarsi in se stessi. Questa attività conduce  spontaneamente ad un onestà interiore che sa discernere ciò che è vano da ciò che non lo è. Conduce ad eliminare la noia, a superarla.
Piano piano si instaura nell’anima la tendenza ad essenzializzarsi, a godere della semplicità: che significa eliminare la noia. Infatti imparare a godere dell’essenza delle cose, significa smettere di essere complicati, di desiderare l’apparenza. Cessa così la necessità della noia di stimolarci verso un soddisfacimento che il più delle volte è solo fittizio, inutile.
Apprezzare l’essenza di una cosa significa unirsi a lei nello spirito: significa accorgersi che ogni cosa e persona sono parte di un unico spirito, nel quale viviamo ininterrottamente, senza esserne consapevoli.
Concentrarsi su una cosa è un metodo,un pretesto, per arrivare ad accedere al mondo spirituale, a godere della comunione con il divino, la quale non conosce noia, ma solo assoluto appagamento.

Il pensare “rafforzato”: osservazione del pensare

Occorre porsi attivamente di fronte al pensare cercando di ritrarsi dall’atto stesso del “fare pensieri”. Spesso in antroposofia, si parla di “pensare rafforzato”. Tale attività non significa “meditare”, ma arrivare a praticare un osservazione dell’attività di pensiero, cessando ogni elucubrazione razionale.

Si tratta di smettere di identificarsi con l’ordinaria capacità di formare immagini e concetti, per volgersi ad usarla come occasione di potenziamento della forza animica interiore.
Si tratta di “sollevare” il pensare ad un livello superiore.
Non si tratta di meditare, svuotando la coscienza: questa è una fase che deve succedere all’atto dell’osservazione del pensiero.

Il punto di partenza di ogni indagine esoterica moderna, per avere qualità di scientificità deve venire sempre introdotta da un osservazione compiuta dal ricercatore sul proprio pensare: che si può anche qualificare come il raggiungimento del “l’esperienza interiore della reale natura del pensare”. Essa consente l’elevazione della coscienza dalla fase “ordinaria” a quella “veggente”.

Questo tipo di pratica è ben distante da un “rilassarsi”, o un “riposarsi”: si tratta invece di impegnarsi a generare uno “sforzo” enorme dell’anima a mezzo di un eccezionale e sorprendente atto di concentrazione della capacità di pensiero. Deve essere impiegata una smisurata forza animica per analizzare minuziosamente e in modo tassativamente conseguente, la concatenazione di pensieri, la sequenza di immagini costituenti un determinato tema o oggetto prescelto. Quest’ultimo, non è il fine della concentrazione, ma il mezzo.

Ovvero: non ci si concentra per “conoscere l’oggetto” ma per suscitare a suo tramite una spropositata forza animica interiore. L’ossessivo lavoro di sforzo, nel seguire univocamente la costruzione dei pensieri durante concentrazione attiva il pensare stesso, lo riscalda, lo sviluppa, sollevandolo dalla sua momentanea natura riflessa. E’ un espediente, scoperto da R. Steiner, per “commutare” la coscienza riflessa in quella spirituale.

In altri termini si può dire che la concentrazione altro non è che un introduzione scientifica alla reale esperienza spirituale: come la “vestizione” dello scienziato dello spirito, che indossa prima il camice e i guanti, prima di operare sul tavolo del laboratorio.

Tiziano Bellucci

L’UOMO CO-CREATORE DI LIBERTA’ E AMORE

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L’UOMO CO-CREATORE DI LIBERTA’ E AMORE
Osservando il mondo circostante, si potrebbe credere che tutto è in declino, che l’egoismo dilaga, che il male impera in modo crescente: al punto di vedere solo una “caduta” irrefrenabile dell’uomo.
In realtà tutto quello che accade è invece un preciso segnale che mostra l’umanità prossima ad una grande svolta.
L’umanità sta superando l’adolescenza intesa come fase di sviluppo, e sta entrando nel tempo della maggiore età. E’ come se, trovandosi nel 21° secolo, avesse compiuto 21 anni, conquistando così la maturità. Questo è un periodo, molto duro e difficile, ma che preclude ad un “bello” meraviglioso: l’uomo sta facendo passi avanti, riguardo la sua capacità di gestirsi dall’interno, dal punto di visto di essere autonomo e individuale.
E’ ancora nella fase di “orientamento” riguardo al “come” gestirsi. Ma tutto sta avvenendo, e più passerà il tempo, più egli saprà essere un entità squisitamente e altamente etica, sociale, morale.
L’osservanza delle leggi, la direzione, il comando, la sottomissione a leggi, al sistema sta piano piano diventando un anacronismo. L’individuo vuole condursi dal di dentro. Senza appoggi o sostegni. E deve essere così: egli deve imparare a sapere come e cosa fare in tutte le situazioni sociali, senza doversi riferire o appellare ad un sistema che lo istruisca sul da farsi.
Il probizionismo, la legge che obbliga e che guida è servita sinora come fattore non educativo (perché le norme e i limiti non educano, ma costringono) ma come stato di emergenza, per arginare il “troppo” amorale. Apparirà a poco a poco la nuova e magica creatività umana, capace di amare in libertà, che non abbisogna di nessuna regola, perché si autoregola.
Questo significa che presto l’umano si avvierà verso il massimo dell’individualizzazione, della sua unicità e irripetibilità: verso il massimo bene per tutti e per sé.
Le leggi diverranno superflue, perché ognuno saprà regolamentarsi da sé e avrà pieno rispetto dell’altro. L’individuo stesso si renderà conto che, facendo delle azioni che ledono la libertà dell’altro, sarà il primo a farne le spese, perché presentirà il danno prodotto all’altro come un danno verso di sé. Sperimenterà in anticipo le conseguenze karmiche di causa/effetto: e quindi non potrà compiere qualcosa di cui sa in anticipo che è qualcosa di non utile, ma dannoso.
L’uomo perverrà a sentire che è “uno” con tutti gli individui e gli altri esseri del mondo. Sentirà di essere parte organica di un organismo più ampio: sentirà il pianeta terra e le sue creature come organi del corpo di un unico essere, di cui egli stesso è parte, come organo a sé, come cellula vivente. Se una cellula danneggiasse un’altra cellula, essendo entrambe parti del medesimo organismo, andrebbe incontro ad una morte sicura.
Questo l’uomo sentirà: che ogni cosa che farà agli altri la avrà fatta al corpo del mondo, di cui egli è parte. Non potrà evitare di subirne conseguenze. Desidererà l’armonia.
Il detto: “Ama il prossimo tuo come te stesso”, muterà in “Ama il prossimo tuo, perché lui è te stesso”. Se sei parte di uno stesso corpo, non puoi non amare tutto il corpo. Infatti solo rispetto l’apparenza fisica l’umanità è separata in corpi: in realtà ogni anima e ogni spirito, sono parte di un unico essere.
L’uomo è dunque un essere che è prossimo a mostrare la sua grandezza: diventerà sempre più creatore, sempre più fantasioso, artista della fantasia morale, una fonte inesauribile di bene.
Egli saprà che più ometterà di fare il bene, più si indebolirà, più ritornerà a gradi inferiori: perché fare il male significa peggiorarsi, retrocedere come gioia e completezza interiore. Perché è il vivere in armonia con tutti dona felicità. Quindi a nessuno piacerà più fare il male: nessuno vorrà diventare insoddisfatto e infelice.
Più qualcuno omette il bene, più crea dei vuoti nella sua coscienza, che possono essere “invasi” da entità del male. Ci si indebolisce. Chi non fa del male è forte, non ha vuoti dentro sé e non può farsi “abitare” da forze estranee.
Tiziano Bellucci

DIVENTARE CHIAROVEGGENTI. PENSARE IL VIVENTE

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DIVENTARE CHIAROVEGGENTI. PENSARE IL VIVENTE

Quella che segue è un osservazione interiore.
Nella scienza spirituale si parla di “pensiero vivente”. Ma cosa è, come si fa a pensare in modo vivente?
Solitamente si pensano idee, tramite immagini. Si associano temi e concetti.

Esiste un modo di pensare che abbraccia tutto, senza bisogno di parole e astrazioni, di memorie associate.

 

Si può rafforzare quella che è l’ordinaria attività di pensiero, tramite una intensa concentrazione; essa diviene qualcosa di diverso dall’ordinario: appare come una forza autonoma, distinta dalla coscienza, un’energia impersonale.
Smette di essere un supporto della coscienza, diventando un organo di percezione, di vedere: diviene un “occhio” reale. Un occhio capace di guardare dentro il mondo spirituale.

Si può smettere di “pensare” pensieri, divenendo capaci di osservare la forza pensante in sé.

“Osservare la forza di pensiero in atto”.
Non stiamo parlando di un assurdo filosofico.

Giungere ad osservare il pensiero come forza, è già un processo spirituale: è vedere l’operare dello spirito, che si estrinseca nell’etere vitale, entro il nostro stesso corpo eterico.

Pensare in modo vivente non è piu pensare, ma diviene un “vedere” gli esseri spirituali che vivono nelle cose. E dentro di noi.
Ci si accorge che l’ordinario pensare era una “limitazione” del vivere nelle cose.
La visuale su sui si pensava cessa di essere i nostri pensieri e diviene vita, attualità del mondo spirituale.

Il pensiero, non è qualcosa che produciamo noi neurologicamente: è un essenza che ci rende partecipi della vita universale. Pensando la vita non possiamo viverla.
Immettersi nell’esperienza del pensare vivente è cessare di pensare: è vivere il mondo spirituale.

La natura del pensiero di fatto si palesa come un essenza titanica di vita fluente incessante, un tessuto sovrasensibile ove si intrecciano colloqui spirituali, deliberazioni di volontà promananti da entità divine: impulsi connotati secondo progetti e intenzioni di una saggezza sovrumana. In esso fluttua la “parola primordiale” cantata di coro in coro, di angelo in arcangelo.
Il pensiero usuale è quindi un “non pensiero” ossia, un cadavere. Ma deve divenire tale, per poter essere cosciente di sé. Deve diventare pensare umano, per essere ritrovato come pensare divino.

L’UOMO COME “RIGENERATORE” DI VITA DEL COSMO

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L’UOMO COME “RIGENERATORE” DI VITA DEL COSMO

Non si deve credere che l’uomo abbia sempre “pensato” o creato in se i pensieri come fa ora. Nell’epoca in cui agivano le Exusiai (dal 747 A.C. sino al 4° secolo) la conoscenza non era “studio”, informazione: era esperienza diretta.

Ad es. il greco antico non elaborava da se stesso il pensiero tramite memorie e associazioni, comparazioni, ma riceveva dall’esterno –durante l’esperienza di percezione- i concetti già pronti, già definiti. Mentre osservava, oltre alle forme e i colori, sorgeva in lui anche il concetto o idea della cosa osservata, come “riversata” dentro di lui.

Oggi, osservando un colore o una forma di un oggetto  non si può credere che siamo noi, con la nostra attività “a creare forma e colore”: le riteniamo qualità che provengono dall’esterno, appartengono all’ente osservato.

Allo stesso modo “sentiva” il greco: il concetto o conoscenza della cosa osservata apparteneva alle cose, era dentro alle cose; non era qualcosa che egli creava dentro la sua testa. Sentiva che da fuori, da dentro le cose, la conoscenza  penetrava dentro di lui.

L’antico greco, di fronte ad una rosa, non aveva bisogno di andarsi a leggere trattati di botanica o conoscenze enciclopediche: riceveva istantaneamente mentre guardava, la comunicazione vivente di ciò che era presente come “essenza” dentro l’oggetto osservato. Aveva l’esperienza spirituale della cosa in sé. Non elaborava in proprio le sue opinioni: si creava una conoscenza diretta, fra osservatore e “osservato”. Riceveva come un dono, i pensieri dal mondo spirituale, dagli esseri elementari.  A quei tempi una “scienza” come quella attuale che computa, analizza, compara e ipotizza non sarebbe servita a nulla: perché si arrivava ad “incontrare” l’essere, non la sua “spiegazione”, o la sua ipotesi.

L’uomo doveva e deve credere di essere lui ad elaborare i pensieri, deve perdere la connessione con il mondo delle idee.

L’uomo deve imparare a “pensare” lo spirito dentro le cose. Deve ritrovare e riconoscere lo spirito che agisce ovunque. L’antroposofia può aiutare a suscitare nell’uomo impulsi morali capaci di sentire la presenza dello spirito nelle cose, di poter percepire entità viventi entro ogni creatura.  L’uomo deve essere capace di pensare in “senso morale” la vita del mondo.

Ciò che viene definito “l’ordine naturale” o “saggezza della natura” altro non è che “legge morale universale” che è istillata in ogni essere terrestre. Il materialismo ha eliminato, cancellato la base spirituale del cosmo, vedendo solo ovunque astrattezza di leggi naturali inconsapevoli di sè.

Pensare “morale” significa:  sentire l’universo come un unico organismo dove ogni essere è collegato e partecipa al divenire mondiale.

Dopo la nostra morte, si verrà a sapere se si “è pensato moralmente” se si è stati capaci di sentire lo spirito nel mondo. Ci sono entità (Archai) che hanno il compito di ricollegare i nostri pensieri, al cosmo, di inserirli entro il cosmo. E saranno essi a dirci se siamo stati in grado di ridare al cosmo la moralità che abbiamo riscoperto dentro la creazione.

Lo spirito si aspetta dall’uomo una rigenerazione del mondo spirituale stesso. Lo spirito esige che l’uomo divenga l’essere capace di pensare in modo individuale contenuti universali. Un entità capace di tradurre l’esperienza monistica del “tutto dello spirito” in caratteri di “individualizzazione umana. Missione impossibile rendere individuale il sovraindividuale, spiritualizzare la materia, separare il tutto, senza ucciderlo?

L’uomo ha il potere di pensare in proprio, senza l’influenza degli Dèi; può pensare in due modi: in modo vuoto, materialistico oppure in modo vivente, colmo di spirito.

Egli può decidere se riconsegnare al cosmo pensieri morti, o pensieri viventi.

Il mondo spirituale ha bisogno del pensare umano, nato dalla vita entro l’egoismo, entro la separazione: gli Dèi hanno bisogno di “rivitalizzare” l’antico mondo spirituale grazie alla facoltà umana di individualizzare tutto.

Il cosmo attende che l’uomo sia capace di dare all’universo il “senso” della vita universale. Mistero dei misteri: che solo l’uomo può sciogliere, attraverso il suo spirito individuale.

Da essere dell’egoismo, che ha vissuto nella massima separazione ed alienazione, può divenire l’essere che arricchisce il cosmo in modo nuovo.

L’iniziazione è quella via che permette all’uomo di essere in grado come nell’antichità di collegarsi con il divino, non come dono, ma con sforzo interiore, quindi con piena consapevolezza, partendo da se stesso.

 

Tiziano Bellucci