Mese: luglio 2017

Esercizio. Io: la presenza, l’essere.

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Esercizio. Io: la presenza, l’essere.

Cosa è ”io”?

Siediti e osserva il mondo. Senza interpretare, senza spiegare ciò che vedi, senza “nominare” le cose. Abbandonandoti alle impressioni che suscitano le forme e i colori osservati. Puoi anche fare questo esercizio camminando, durante una passeggiata. Non pensare, non ricordare. Non creare associazioni di pensiero. Considera solo la sensazione di essere presente con ciò che esiste, in questo momento. Guarda fuori di te, ciò che entra tramite i tuoi sensi corporei, senza “spiegare” ciò che vedi. Ascolta con attenzione ciò che avviene ora, ciò che si modifica in te in merito a “qualità dello stato di coscienza”.

 

La sensazione di essere privi di pensieri, l’impressione di non stare usando lo strumento del giudizio e dell’analisi, è l’io. Vivere il momento presente senza pensieri, è afferrare il senso dell’io.

Sperimentarsi come uno spazio privo di forme e senza immagini è l’io.

Non esiste un io che ha fatto o sarà. Si sta parlando di altro. Della proiezione dei propri aneliti nel passato o delle proprie paure nel futuro. Si parla di qualcosa che non esiste: l’ego.

“L’io” non è un qualcosa: è quella condizione che avverti quando diventi più consapevole della percezioni dei sensi. E’ lo stato che avverti quando porti più attenzione verso te, e il mondo.

La prima cosa che si avverte è “sentire che sei vivo”: senti come se puoi percepire la frequenza vibratoria del tuo corpo, il moto del sangue e dei succhi. Sei più attivo, vigile, presente.

 

Ogni volta che si farà questo tipo di esercizi, una sorta di avversione si affaccerà nell’’anima. Un nemico si presenterà all’interno di noi. E’ la mente, l’essere che vive nella nostra mente. Qualcosa che dice: “non puoi farcela, non serve a nulla quello che stai facendo. E’ ridicolo credere di poter “risvegliarsi”. E’ suggestione sforzarti di cambiare coscienza. E’ illusione”.

Questi pensieri sono una escogitazione della mente, sono pensieri falsi, creati per portarti fuori strada, per demotivarti.

La mente sa, invero, che potenziare l’attenzione è proprio il modo giusto per scioglierti dal suo potere di identificazione. Sente che la puoi controllare, disautorare. E farà di tutto per ingannarti.

Si deve ben sapere che la mente è un “utilissimo kit per la sopravvivenza sulla terra”: che deve essere usato per ciò che è e non per farsi usare da esso. La mente è uno strumento meraviglioso per il lavoro, per pianificare gli appuntamenti,  per il cibo, per gestire le passioni, gli hobbies, gli affetti. E’ in grado di preparare il futuro e di archiviare il passato.

Ma dovrebbe servire solo a questo: non a “credersi la mente”.

Un inno esoterico recita: “la mente è il grande distruttore del reale. Distrugga Il discepolo, il distruttore”.

In realtà la mente ordinaria egoica è un entità meccanica, predisposta per attività automatiche: non può tollerare uno stato di presenza. La mente impone i suoi pensieri, i suoi desideri, il suo bisogno di ripetere ciò che gli dà piacere.

L’ego mentale si identifica con ogni elemento lo attraversa. Questo ci fa “perdere nei propri pensieri e sentimenti”.

 

Prima nessuno sapeva questo. L’evoluzione rendeva la coscienza identificata con i suoi contenuti. Macchinalmente. Ora qualcuno se ne é accorto. Il distinguere se stessi dai propri pensieri é un fatto rivoluzionario, che sconvolge i fondamenti della propria coscienza.

E’ il principio della liberazione dell’inganno della mente.

Di certo lo studio della conoscenza occulta, aiuta ad aumentare la forza per praticare l’esercizio della presenza. Ma trasformarsi, “risvegliarsi” non significa trovare soluzioni cognitive ai misteri della vita e del cosmo. “Iniziazione” è soprattutto addestrarsi a “percepire senza usare giudizi e pensieri”.

 

Il dolore e la sofferenza, come oblio dell’io

 

Tutto intorno cambia, muta.

Viviamo in un mondo di trasformazione continua, ritmica: ora è giorno, poi è notte; ora ho fame, poi ho sete. Il cielo è azzurro, poi è grigio. Ieri mi è venuto incontro questo, ora questo altro.

Anche le nostre emozioni e pensieri cambiano di continuo.

Solo un’unica cosa non cambia: é il nostro io. Ma cosa è “io”?

A questa domanda si può rispondere solo tramite un esperienza.

 

L’avere una biografia, un passato dietro le spalle, genera il credersi e il sentirsi ciò che si é stati, identificarsi con i propri ricordi. Si dice “io” a ciò che abbiamo fatto, a ciò che abbiamo vissuto.

Ma “io” non é un ricordo. “Io” é quell’elemento che in quel presente, ora passato, é stato in grado di produrre un azione o di sentire un sentimento. Ma ora quell’io non può essere più parte del ricordo, egli é qui, ora. È ciò che permette di richiamare e di rivivere quel ricordo. Ma non é quel ricordo. Quindi dirsi “io ero a scuola” é un errore grammaticale. Più corretto sarebbe dire: “un tempo il mio corpo e la mia anima andava a scuola”.

Lo smarrire questo “senso dell’io è l’origine di ogni sofferenza o malattia.

Esistono due tipi di dolore: quello interiore e quello fisico.

Quello fisico deriva da quello interiore molto spesso e quando arriva è forse troppo tardi per curarlo tramite la proprie forze interiori. Si deve ricorrere alla medicina.

Il dolore interiore, chiamato anche “sofferenza”  si genera perchè spesso la vita non sta andando o non è andata come si credeva. Si analizza la propria biografia e la si vede come un fallimento, come un insieme di eventi spiacevoli. Questo ci fa sentire vittime di un destino crudele di una vita che non ci ha permesso di realizzarci.

Ed è così che ci si sente infelici. Un “io” scontento della propria biografia è un io triste, sconsolato.

Questo provoca grande sofferenza, che spesso riversiamo anche sugli altri.

In realtà questa infelicità deriva da un entità che si è costruita mentalmente. Non è qualcosa di reale. Noi non siamo ciò che ci è accaduto. Siamo ciò che ha assistito passivamente all’attuarsi della vita.

 

Solitamente si sente, si trasforma il presente come un elemento nemico, qualcosa di estraneo, da temere, da averne paura. Non è bene. Il destino siamo noi, è il piano del nostro io. Come può essere nemica la nostra volontà di realizzarci come spiriti sulla terra?

Vivere il presente aiuta a sentire le forze amiche del destino che vengono incontro. Aiuta a sentirci un io. Sentire nemico il presente paralizza il destino e il suo potere. Non serve pensare, preoccuparsi. Basta essere presenti. Essere presenti attiva questo potere del destino e permette di fare arrivare ciò di cui si ha bisogno. Perché può solo arrivare ciò che è ottimo per noi, dato che lo abbiamo predisposto come piano di vita, prima di incarnarci sulla terra, come spiriti, come io.

Non complichiamo, non distruggiamo la tessitura del cammino che attende di essere adempiuto, realizzato. Non dimentichiamo il nostro io.

 

Tiziano Bellucci

 

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GUARDARE O VIVERE IL FILM DELLA PROPRIA VITA? Esercitare la presenza di sè

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GUARDARE O VIVERE IL FILM DELLA PROPRIA VITA? Esercitare la presenza di sè

 

Quando si prova un sentimento lo si sente come qualcosa di esclusivamente personale: un quid di intimo, che sorge dal profondo di noi stessi.

Si dice di sentire ad. es. rabbia o tristezza, o paura. Sentendo angoscia, si pensa che essa sia qualcosa che si trae dal profondo di se stessi, che sia espressione del nostro nucleo, che sorga dalla nostra natura più intima. Si crede di stare provando qualcosa di davvero esclusivamente “nostro”. Chi potrebbe dire: “l’odio che sento, non è mio!”  E’ qualcosa di così fortemente personale…

Ma se riflettiamo bene, possiamo accorgerci che questi sentimenti sono esperienze che tuttavia, provano tutti gli umani. Tutti provano paura, tristezza, rabbia, gelosia, ecc. Non siamo gli unici nel mondo a provarli. Si tratta di esperienze comuni a tutta l’umanità.

 

Anche se ansia, dubbio, paura, incertezza, insicurezza sembrano qualcosa che ha a che fare con il nostro carattere e  il nostro modo di essere, che ci rimandano a qualcosa che sentiamo nostro, essi non sono sentimenti personali. Non sono solo nostri.

I pensieri, i sentimenti, i ricordi, gli impulsi sono tipicamente e universalmente umani, sono esperienze che ogni umano ha. Ugualmente come noi sulla terra, ci sono miliardi di persone che provano le stesse cose, nello stesso modo di come le proviamo noi.

Cosa significa? Non possiamo dunque dire che la rabbia, la gelosia è nostra?

Questo vale anche per altri ambiti, che sentiamo esclusivamente “nostri”: quando si pensa, si crede di pensare in modo personale. Invece si pensa con gli stessi meccanismi, condizionati da mille impulsi, come accade ad altri miliardi di umani.

Inoltre, tutti hanno facoltà di memoria, di ricordare immagini mnemoniche. Come te. Non è solo “tuo” il tuo modo di ricordare. E’ tipico di tutti.

In realtà non esistono sentimenti e pensieri personali, che sono creati da noi, che sono “nostri”. Sono di tutti e per tutti. Essi semplicemente si “fanno pensare e sentire” da noi, facendoci identificare con essi stessi. Non scegliamo noi di “sentirli o di provarli”: essi si presentano nella nostra coscienza e si manifestano, facendoci “diventare” la rabbia, il dubbio, l’ansia, l’indecisione, l’impazienza. E’ il sentimento di identificazione, di coinvolgimento con queste cose che “ce le fa sentire nostre”.

Un sentimento sembra nostro. Ma è di tutti. E’ qualcosa che “scorre” dentro la corrente evolutiva e penetra dentro la coscienza individuale di ogni umano.  E compare in ogni anima, come una base comune. “Omologandoci” come esseri  parte del regno umano.

Dobbiamo “cambiare” la nostra credenza su questo: i pensieri e i sentimenti non sono “il nostro stato d’animo” sono “qualcosa che ha un esistenza propria”, che non creiamo noi. Qualcosa che si “impone a noi” e approfitta del nostro spazio animico, per vivere dentro di noi. Si potrebbe dire che l’ira o la rabbia, “cerca” l’uomo per poter “scaricare” la sua forza, così come la saetta  viene attratta dal parafulmine.

Esiste dunque una “rabbia” oggettiva, un “essere della rabbia” che permea il mondo, che desidera, vuole entrare nell’uomo?

Si. Esiste, esistono. Si tratta di esseri viventi di altri mondi invisibili, che vivono dentro di noi.

Si presentano, appaiono dentro di noi -come pensieri e sentimenti, ma sono un’altra cosa: hanno una loro vita, una loro coscienza, una loro volontà, un loro rango e luogo di provenienza.

Si può dire che esistono “legioni” di esseri di pensiero e sentimento. Nubi animiche di sentimento. Schiere di esseri elementari astrali che hanno la funzione di generare in noi “il senso di sé”. O Ego.

Crediamo di essere qualcosa, per il fatto che semplicemente pensiamo o sentiamo o ricordiamo.

Se togliessimo pensieri, ricordi e sentimenti cosa resterebbe di noi? Se ci svegliassimo un mattino con un ammnesia totale, sprovvisti della nostra biografia a cosa diremmo “io” ?

Questi esseri esistono per farci “sentire” un io. Un aggregato di pensieri e ricordi, che si dice “io”.

In realtà non siamo mai un io: siamo un ricordo, un azione, un desiderio, un pensiero. Siamo un’agglomerato di esseri viventi che compenetra la nostra coscienza.

In altre parole, noi non viviamo mai uno stato d’animo: lo subiamo.

Veniamo attraversati da fenomeni di pensiero e sensazione, i quali ci spingono a determinare reazioni, ci stimolano a intraprendere certe azioni.

Dobbiamo accorgerci prima o poi di non essere noi i padroni della nostra vita dell’anima.  Si deve scoprire che siamo “animati” da forze che ci sorreggono, dandoci una sensazione di essere che si origina dalla loro presenza in noi.

Queste forze hanno avuto un loro ruolo sinora, per sviluppare la coscienza dell’io. Ma ciò che era buono e utile un tempo può diventare oggi pericoloso, dannoso perchè ha esaurito il suo compito. Ora può degenerare in egoismo assoluto, in omologazione totale.

Dobbiamo alzarci dal poltrona del cinematografo della vita e cominciare a vivere la vita, non a farci vivere da essa e dai suoi esseri astrali, guardandola come se essa fosse un film.

Solo allora saremo un io, che non poggia su nulla, ma che pensa, sente, vuole se stesso.

 

ESERCITARE LA PRESENZA DI SE’

Proviamo a rallentare i nostri gesti. Ad uscire dalla frenesia quotidiana.

Poniamoci ad osservare i nostri movimenti lenti. Cerchiamo di compiere azioni come se stessimo facendo qualcosa di solenne, di cultico, di religioso. Proviamo a sollevare il bicchiere e portarlo alla bocca con lentezza, al rallentatore. Tentiamo di girare il capo e osservare la stanza con pacatezza e lentezza.

L’essenziale è fare qualcosa vivendo il presente, non agendo in funzione di qualcosa che verrà. Si può correre, vivendo la sensazione del correre, godendo il percepire il tono della muscolatura, del fiato, non proiettandosi nel pensiero di cosa faremo quando saremo giunti a destinazione. E’ fondamentale non fare una cosa solo come “mezzo” che ci conduce ad una finalità.

Occorre essere presenti, riversando e donando la propria attenzione solo sul momento presente, considerando e vivendo il momento presente. Scopriremo una sensazione nuova, magica, mai provata. Avvertiremo qualcosa di particolare: come se sapessimo di essere sulla “scena, sul palcoscenico” della vita. Non più sulla poltrona a guardare la vita.

Questa sarà la nostra educazione a diventare presenti, a non essere trascinati da “altro” che non dal nostro essere. Cominceremo ad essere “io”.

 

Tiziano Bellucci

SAPPIAMO DI AVERE UN SEME NEL CUORE?

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SAPPIAMO DI AVERE UN SEME NEL CUORE?

Matteo 13,1
(Novembre 31 D.C.;Cafarnao,sulla riva del L.Tiberiade)

«Il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte del seme cadde lungo la strada; gli uccelli vennero e la mangiarono. Un’altra cadde in luoghi rocciosi dove non aveva molta terra; e subito spuntò, perché non aveva terreno profondo; ma, levatosi il sole, fu bruciata; e, non avendo radice, inaridì. Un’altra cadde tra le spine; e le spine crebbero e la soffocarono. 8 Un’altra cadde nella buona terra e portò frutto, dando il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi [per udire] oda».

In questa parabola il “seminatore” è colui che dispone nel suo grembo di tutti i “semi spirito”: è l’Unverso Padre spirito, il Principio da cui sono nate tutte le cose. La Matrice.

Tutto lo spirito è contenuto nelle sue mani. Egli è il dispensatore, il distributore del seme dell’io.
E colui che inserì la goccia, o seme delle spirito di Dio entro ogni corpo umano.
Colui che lo “seminò, entro l’umanità.

Il seme è invece la forza che risiede in ogni uomo come germe potenziale, capace di poter ricollegarsi con l’Origine, con il Seminatore stesso. Vive in ogni cuore.

Questo, seme, è simbolicamente quella forza che avvertiamo nell’anima come “Voce o parola dell’io” o Principio di autoconsapevolezza, che vive in ogni uomo. A volte la si chiama “voce della coscienza”.

La “terra, è il terreno” in cui viene seminato il germe dell’io è l’umanità: è il corpo e l’anima di ogni uomo uomo.
“La parola del Regno, il Regno di Dio” è quindi il potenziale Potere che come seme che viene da Lui distribuito in ogni uomo, la facoltà di essere e di sentirsi “figlio dello spirito” e di svilupparsi, agire come tale.

E’ il potere di diventare da piccolo seme, una pianta grandiosa.

Allorche’, si dice che vi sono quattro tipi di individui:

1- GLI INSENSIBILI: coloro che calpestano e rinnegano la propria voce della coscienza, stimolati dagli istinti maligni delle voci seduttrici dentro la sua anima;
2- GLI INCOSTANTI: quelli che percepiscono la forza del proprio Verbo in se, ma sono instabili, pigri: in seguito alle prime tribolazioni, smettono di prestargli attenzione e di seguirla;
3- I PASSIONALI: gli uomini succubi dei piaceri terreni, che pur di non rinunciarvi preferiscono ignorarla;
4- I CERCATORI DI SE’: coloro che sono tenaci, fedeli e perseveranti e ascoltano i propri presentimenti.

A quale categoria sentiamo di appartenere?
E cosa possiamo fare per diventare una “pianta” che può crescere nel Giardino dell ‘Eden, collaborando a vivificare la vita del cosmo?

La parabola del seminatore è una parabola di Gesù raccontata nei tre vangeli sinottici (Matteo 13,1-23, Marco 4,1-20 e Luca 8,4-15) e nel Vangelo apocrifo di Tommaso (Tommaso 9).

Commento di Tiziano Bellucci