Iniziazione

Il metodo di osservazione pura di Goethe

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 Il metodo di osservazione pura di Goethe

(o percepire puro)

Studio Privato di Bellucci Tiziano

L’approccio di indagine di Goethe non fu mai di scoprire cose nuove, ma di applicare su quelle già conosciute, un nuovo metodo di osservazione; un inedito modo di mettersi in relazione con la natura.

A lato di ciò che viene applicata come indagine tramite conoscenza deduttiva o razionale, egli sentiva l’esigenza di contrapporre un’indagine di osservazione più elevata.  La percezione pura. Si tratta di imparare a vedere con gli occhi dello Spirito. L’immersione obiettiva negli oggetti osservati.

Lo scienziato ordinario separa, seziona le parti dell’ente osservato e così gliene sfugge la vita; Goethe invece tentava di afferrare l’elemento che invisibilmente lo vivifica.

Egli concepiva l’universo intero come un essere vivente.

 

Migliaia di volte, migliaia di uomini sono passati davanti ad un dato fenomeno e non vi hanno trovato nulla di particolare; poi soppraggiunge un uomo e osservando lo stesso fenomeno ne trae una legge importante. Da cosa deriva ciò, pur apparendo tale fatto nella stessa immagine a tutti?

Quell’uomo era capace di vedere con gli occhi dello Spirito; intuiva ciò che gli altri non potevano vedere. Tutte le scoperte scientifiche dipendono dal fatto che l’osservatore sa osservare in modo particolare.

 

Così come i sensi percepiscono oggetti, il pensiero percepisce idee.

Quando il pensiero si impossessa e viene in contatto con un’idea, esso si fonde con la base universale cosmica, che è il tessuto del mondo di cui esso stesso è parte. Il pensiero diventa uno con la realtà obiettiva. Esso è come un occhio: così come il vedere fisico è capace di vedere la luce del sole e ciò che da essa è illuminato, il pensiero è un organo abilitato a percepire la Luce dell’idea primordiale che illumina le singole idee archetipiche.

 

Si tratta dunque di apprendere da Goethe quale fosse il suo modo per interrogare la natura.

Il metodo di Goethe si basa sull’esperienza pura (percepire puro): il non lasciare mai penetrare nell’indagine alcun ingrediente soggettivo.

“Il Divino non appare immediatamente; dobbiamo indovinarlo nelle sue manifestazioni. Si tratta di porre queste manifestazioni in una connessione tale che il “vero” appaia. Nei fatti che incontriamo è già contenuto il “vero”; si tratta soltanto di togliere l’involucro che ce lo nasconde. Nello scostare questo involucro sta il vero nuovo metodo scientifico ”.

 

Come concepiva Goethe il processo della conoscenza? Ossia come si realizza vera conoscenza su una cosa?

Si tratta di immergersi nell’esperienza.

Il dato dell’esperienza contiene assai di più di quanto ci forniscono i sensi; vi è qualcosa di superiore che a tutta prima non appare.

La forma immediata del mondo sensibile che appare ai sensi non è ancora la sua forma essenziale.

Appunto perchè la forma sensibile è qualcosa di incompleto, nasce in noi insoddisfazione, che ci porta a ricercare qualcosa per portarla a compimento. Il concetto. Se il dato sensibile contenesse già in sè il suo concetto, in noi non sorgerebbe nessun impulso alla conoscenza, perchè nell’attimo della percezione l’avremmo già conosciuto: non avremmo bisogno di andare a cercare un concetto da aggiungervi per completarlo. Avremmo dinanzi a noi qualcosa di completo.

  Conoscere ordinariamente significa aggiungere la percezione del pensiero (il concetto) alla metà della realtà sensibile. Percezione+concetto.

 

Ma ciò non è vera conoscenza in senso goethiano.

Per realizzarla, prima di tutto si deve partire dalla realtà nella sua forma immediata, da ciò che è dato ai sensi prima che noi mettiamo in moto il nostro pensare e il nostro giudicare.

Quel che importa è che ci rendiamo coscienti di che cosa ci forniscono i sensi e di che cosa ci fornisce il pensare.

I sensi non ci dicono quale sia la causa, quale sia l’effetto. L’osservazione priva di pensiero non sa distinguere se un seme stia ad un gradino più alto di un granello di polvere. Neppure sa dirci se una statua di Napoleone sia più o meno importante di un palazzo.

Nel percepire, il mondo non dice ancora niente sul suo conto.

Si tratta proprio di attendere che d’un tratto esso inizi per suo spontaneo moto, a rivelarci la sua natura interiore: solo in quel modo si potrà parlare di conoscenza obiettiva, inalterata. Deve parlare l’oggetto stesso.

Se le nostre forze spirituali siano sufficienti (o degne) o no di afferrare l’essenza delle cose, noi dobbiamo saggiarlo a contatto con le cose stesse.

 

Conoscenza diviene quindi conoscenza della missione dell’uomo: venire a sapere che vi fu un Creatore che generò una creazione portandola sino ad un dato grado e che l’uomo è l’essere che deve continuarla, portarla a compimento.

L’uomo non deve quindi abbandonarsi soltanto a ciò che gli trasmettono i sensi. Ma deve dare ad essi la direzione in modo che tali sensi gli mostrino le cose nella giusta luce.

 

L’intelletto (la capacità intelettuale cerebrale) crea la dualità: causa ed effetto, soggetto e oggetto, idea e realtà, Dio e mondo; esso lo fa soltanto per tenere divisa artificialmente la realtà unitaria. La ragione (la capacità pensante dello Spirito umano) deve, senza confondere i contenuti creati artificialmente, senza oscurare misticamente la chiarezza intelettuale, ricercare nella pluralità, l’intima unità.

Si possono dunque definire concetti le configurazioni intelettuali, idee le intuizioni della ragione dello Spirito.

Pur essendo vi un unica realtà di un’idea, ogni uomo, avendo differenti tipi di intelletto, genera diversi tipi di concetti.

Goethe afferma che se procediamo sino al punto in cui l’essenza di una cosa sorge in noi come pura idea, scorgiamo in questa qualcosa di completamente conchiuso in sè che da se stesso si regge e si sostiene e non ha bisogno di nessun altra spiegazione da fuori, tanto che ad essa possiamo attenerci. L’idea ha già in sè tutto quanto la costituisce, ha in sè tutto quanto si può chiedere.

Nell’idea non vi è l’immagine, ma il contenuto cercato.

 

La brama che ci spinge nel nostro pensiero a ricercare un soffisfacimento conoscitivo quando siamo di fronte ad un oggetto sconosciuto, è già quell’essenza che vogliamo aggiungere alla percezione del dato.

Esso lavora già in me, attivato dal percepire: urge verso la sua manifestazione.

Tale desiderio di conoscere è in realtà un mostrarsi di una forza magnetica: Esso è uno con il dato sensibile; per tal motivo mi spinge a ricongiungerlo con esso.

 

 

Goethe non cerca mai di avvicinarsi allo Spirito in modo immediato; ma sempre attraverso la natura.

Egli si accosta all’osservazione della natura con la convinzione che tutto sia soltanto una manifestazione dello spirito.

Le leggi che il nostro Spirito scopre nella natura sono dunque Dio nella sua essenza, non sono soltanto da lui create.

Goethe esige che l’uomo educhi in sè una facoltà di conoscenza tale che l’idea gli divenga evidente, come ai sensi la percezione esteriore.

L’essenziale non è ciò che l’idea è per noi, ma ciò che è in se stessa.

Bisogna affrontare l’idea nella sua obbiettività; bisogna cercare che cosa sia questa sostanza extrasensibile invisibile che denominiamo “idea”: quel quid che agendo quale artefice di ogni concetto, lo proietta nella nostra coscienza, pur rimanendo nel trascendente.

 

Per la conoscenza Goethiana non è importante in che modo emerga in noi una data percezione, ma che cosa emerga. Si deve analizzare interiormente la qualità della sensazione, osservandola minuziosamente, onde dar modo di scoprire cosa vi sta dietro: risalire alla causa di ciò che genera la sensazione, ma senza specularvi.

 

Bologna,

Tiziano Bellucci

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IL PENSARE “BOCCA” e la CONCENTRAZIONE “OCCHIO”

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La concentrazione, il pensare decaduto e il centro epigastrico

 

Non riusciamo a stare concentrati su un oggetto, su un pensiero, per più di 10 secondi.

La predisposizione dell’anima non è al concentrarsi su una singola idea.

Vi è una “brama” nel suo pensare che desidera continuamente mutare oggetto e contenuto di pensiero: come davanti ad una tavola imbandita da delizie e vini diversi, il pensiero desidera gustare continuamente sapori nuovi e stimolanti.

L’anima si disperde così di continuo, vagando da un tema all’altro. Ubriacandosi di idee. Il suo fissarsi su una singola idea, dura alcuni secondi. Poi sorge un impulso che la porta a voler “rinnovare” il contenuto pensante.

E non è l’anima che causa questo: non decide lei di perdersi nei pensieri. Vi è qualcosa nella sua natura che la obbliga a seguire una determinata logica di “rinnovamento” dei pensieri stessi.

Esiste una sorta di  “antieconomia dei pensieri” che la spinge a rinnovare di continuo l’ambiente pensante. Al contempo questa logica è automatica. Tende a ripetersi, a cadere nelle stesse abitudini.

Questo accade perché vi è nell’uomo –da un lato- una sanissima e santissima legge di sopravvivenza entro la sua natura corporea che lo guida da millenni, sulla terra fornendogli impulsi di mantenimento della sua esistenza.

Queste forze “istintive” hanno avuto un ruolo fondamentale sinora per edificare la specie umana, sino a quando l’uomo non “pensava” in proprio. Esse lo guidavano, fornendogli indicazioni sul da farsi della vita. Queste Forze erano gli Dèi antichi.

Ora, la maggior parte di queste Forze divine si sono ritirate dall’evoluzione. Una piccola parte continua però ad agire. Si tratta di forze decadute, che persistono ad agire sull’uomo imponendogli una dipendenza: lo fanno pensare in modo confuso, disordinato.

Queste forze decadute, vorrebbero continuare ad operare come leggi di natura nell’uomo, per continuare a guidarlo come un figlio da tutelare. Vorrebbero che “pensasse” a loro modo; da questo esse traggono un vantaggio: possono nutrirsi di lui, attraverso la sua attività interiore.

Ma nel frattempo questo “figlio” o rampollo umano è cresciuto. Ha bisogno di conquistarsi una sua autonomia: e la può ottenere conquistandola nel pensiero. Egli “può pensare” in proprio.  Se vuole.

Le discipline antiche hanno sempre insegnato che se l’uomo vuole conseguire l’unione (o ritrovamento) con il suo spirito divino, deve “uscire” dalla logica del pensare che è predisposto in lui per via naturale: superare il pensare automatico decaduto.

Elucubrare come avviene di solito, non porta ad incontrare e ad avere nessuna esperienza spirituale.

Ci sono varie tecniche. Dalle più intellettuali, ascetiche, magiche e filosofiche, alle più mistiche e pseudo religiose.

Concentrarsi è molto difficile. Perché è un procedimento contrario, opposto alla natura dell’anima. Non si raggiunge la concentrazione “sgombrando” la coscienza o “vuotandola”. Queste sono astrazioni. Non vi è cosa più difficile che “non pensare a nulla”.

Bisogna seguire una via: portare l’attenzione verso una singola idea, una sola forma. Da “politeisti” occorre diventare “monoteisti”: non credere più a tanti idee (pensieri vaganti o Dèi decaduti) ma ad un solo Dio (il proprio io).

E soprattutto, questa modalità di pensare non deve essere statica, ma deve muoversi, evolversi in varie fasi, come seguendo la storia di un moto, di una mutazione. Deve essere una concentrazione attiva, dinamica. Sconsigliabile ad un anima “pigra”.

Per superare la soglia della natura automatica del pensare occorre praticare uno sforzo iniziale. Senza di esso non si accede alla concentrazione. E’ come se vi fosse una “soglia” da oltrepassare. Non ci si può esimere dal compire uno sforzo che ci “sganci” dalla natura ordinaria del pensare.

Al principio compariranno sensazioni, pensieri che vorranno dissuaderci da questo impegno, del tipo: “non ha senso ciò che fai” oppure “non ti porterà a nulla”. Ci si deve dire: “va bene, vediamo se non ha senso, vediamo se questo non mi porterà a nulla. Ma intanto voglio provare a spingermi oltre”.

Verremo a conoscere una “schiera di tentatori” nel nostro pensiero: ci si può stupire di come quanta seduzione possa essere presente nell’ordinario pensare. Quanta volontà di nutrirsi di percezioni e idee che chiede nutrimento.

Il “modo” di concentrarsi dipende anche dal giorno, dalle influenze planetarie, dallo stato del bioritmo. Conviene ricercare fra le varie tecniche, quella “appropriata” per quel dato momento.

CONCENTRAZIONE

Prima di tutto occorre essere seduti, con la schiena eretta e dedicare non più di 15 minuti.

Ci si può concentrare su forme geometriche.

Ad esempio ad occhi chiusi, visualizzare un triangolo equilatero. Prima bianco sul fondo nero. Poi anche usando colori. Il triangolo equilatero deve mutare in isoscele, poi in scaleno, poi in rettangolo, poi in ottusangolo. Giunti qui, si ricapitola al contrario: ottusangolo, rettandolo, scaleno, isoscele e infine equilatero.  Si deve continuare questa rivisitazione di fasi, sino a che non si consegue una retta sensazione di concentrazione: di fermezza e sicurezza.

Ma questo metodo può non essere quello “della giornata” o non “essere il nostro”.

Si provi allora a visualizzare dei numeri. Uno affianco all’altro: 1 poi 2 poi 3, sino a 10. Si osservi la sequenza dei numeri e la si ripercorra.

 

Si immagini una mano che scriva il proprio nome.

Oppure si pronunci i numeri dall’uno al dieci, prima in un senso poi al contrario, visualizzando le forme.

 

 

 

Un altro metodo è cantare mentalmente la scala: DO re mi fa sol la si DO e poi ripercorrerla al contrario: DO si la sol fa mi re DO.

 

 

Come fare a capire che si è raggiunta la concentrazione?

Prima di tutto, si ottiene un senso di fermezza e sicurezza inusuali.

Ma la constatazione maggiore è una modificazione del presentarsi dell’atto del pensare in sé: prima quando si pensava ad una cosa o ad una persona, si avvertiva una contemporanea connessione con la nostra parte epigastrica. Si tratta di qualcosa di tenue, solitamente, ma avviene. Si provi ad osservarlo, quando NON si è concentrati: pensare ad un dato viso, produce in noi un effetto che scivola dalla mente verso la gola e la bocca dello stomaco. L’evocazione di un pensiero va a stimolare la parte del centro epigastrico. Sede di un centro (chakra) importante.

Quando si è in stato di concentrazione questa connessione si scioglie. Si può osservare il pensiero, il viso, l’oggetto, senza sperimentare nessuna sensazione nella zona sopracitata.

Di fatto, il pensare ordinario produce una IDENTIFICAZIONE con l’oggetto pensato e la struttura dell’anima, sulla base di una legge di profitto e convenienza. Di simpatia e antipatia. Si può azzardare di dire: mentre il pensare “guarda” come occhio, qualcosa si inserisce, che lo trasforma in qualcosa di più simile ad una “bocca” che ad un occhio. Una bocca che parla, giudica, gusta, e apprezza. Vediamo come.

E’ come se, ordinariamente siamo “programmati” affinché un pensiero vada a stimolare la parte gastrica, la quale “valuta” se esso è degno di essere “mangiato”, se può “nutrirci”. Solo allora intraprendiamo inconsciamente tutta una serie di processi volti al godere di quell’immagine, che possono portarci al solo “godere” del ricordo o al desiderare rincontrare quella persona o cosa, per rinnovare il piacere.

Ma un immagine può anche essere non gradita, quindi non stimolarci, addirittura può “farci vomitare” (si dice). Mentre prima un immagine di pensiero può infiammarci, creare nostalgia o desiderio verso quella forma, possiamo sentire repulsione, antipatia, verso qualcosa che non ci può nutrire, anzi può come avvelenarci. In entrambi i casi sorgeranno due stati d’animo opposti.

Nel frattempo si è prodotta l’IDENTIFICAZIONE  fra anima e oggetto.

Non si creda che nella stomaco vi siano forze negative. Sono forze benedette, che assimilano ed elaborano la vita. Ma rimangono “benedette” nella misura in cui assolvono al loro compito. Che è quello di occuparsi della nutrizione del corpo. L’equivoco e il danno subentra quando queste vengono “mischiate” ad altre funzioni, come appunto quelle del pensare. Sino a che la forza dello stomaco la impiego per digerire, compio un ciclo “divino”. Quando quella forza viene usata per nutrire la mia ambizione, i miei desideri e la mia volontà inessenziale, o addirittura la uso per “pensiero malevoli” verso altri, ecco che essa “scade”, da forza divina a diabolica.

Questo “decadimento” o uso “perverso” della forza è deputata a quelle entità sopracitate, definite come “decadute o ostacolanti”.

Di fatto, pensando, non osserviamo più solo un viso e la sua sensazione, ma lo abbiamo “mangiato”, gustato: esso ora fa parte di noi. Oppure lo abbiamo “espulso”, vomitato.

Ecco perché il pensare ordinario di continuo è insoddisfatto, in cerca di rinnovate percezioni; perché è un pensare avido, affamato, che vuole nutrimento. Più che un pensare che vede, è una “bocca che mangia”.

Durante la concentrazione attiva, il potere di IDENTIFICAZIONE si scioglie. Non siamo più “diventati” quel pensiero. Le potenze dell’ostacolo non agiscono più. Non avviene nessuna “commistione” utilitaristica fra noi e l’ente osservato. La mente non si collega più con il centro nello stomaco, e quindi non avviene nessuna comparazione di utilità o danno nei confronti della cosa. Si osserva la cosa senza partecipazione, senza profitto, vantaggi o interessi.

Avviene un osservazione oggettiva.

Che è il reale stato del pensare: essere uno strumento di osservazione priva di giudizio e valutazione. Un organo di percezione del reale essere in osservazione.

 

Tiziano Bellucci

Esercizio. Io: la presenza, l’essere.

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Esercizio. Io: la presenza, l’essere.

Cosa è ”io”?

Siediti e osserva il mondo. Senza interpretare, senza spiegare ciò che vedi, senza “nominare” le cose. Abbandonandoti alle impressioni che suscitano le forme e i colori osservati. Puoi anche fare questo esercizio camminando, durante una passeggiata. Non pensare, non ricordare. Non creare associazioni di pensiero. Considera solo la sensazione di essere presente con ciò che esiste, in questo momento. Guarda fuori di te, ciò che entra tramite i tuoi sensi corporei, senza “spiegare” ciò che vedi. Ascolta con attenzione ciò che avviene ora, ciò che si modifica in te in merito a “qualità dello stato di coscienza”.

 

La sensazione di essere privi di pensieri, l’impressione di non stare usando lo strumento del giudizio e dell’analisi, è l’io. Vivere il momento presente senza pensieri, è afferrare il senso dell’io.

Sperimentarsi come uno spazio privo di forme e senza immagini è l’io.

Non esiste un io che ha fatto o sarà. Si sta parlando di altro. Della proiezione dei propri aneliti nel passato o delle proprie paure nel futuro. Si parla di qualcosa che non esiste: l’ego.

“L’io” non è un qualcosa: è quella condizione che avverti quando diventi più consapevole della percezioni dei sensi. E’ lo stato che avverti quando porti più attenzione verso te, e il mondo.

La prima cosa che si avverte è “sentire che sei vivo”: senti come se puoi percepire la frequenza vibratoria del tuo corpo, il moto del sangue e dei succhi. Sei più attivo, vigile, presente.

 

Ogni volta che si farà questo tipo di esercizi, una sorta di avversione si affaccerà nell’’anima. Un nemico si presenterà all’interno di noi. E’ la mente, l’essere che vive nella nostra mente. Qualcosa che dice: “non puoi farcela, non serve a nulla quello che stai facendo. E’ ridicolo credere di poter “risvegliarsi”. E’ suggestione sforzarti di cambiare coscienza. E’ illusione”.

Questi pensieri sono una escogitazione della mente, sono pensieri falsi, creati per portarti fuori strada, per demotivarti.

La mente sa, invero, che potenziare l’attenzione è proprio il modo giusto per scioglierti dal suo potere di identificazione. Sente che la puoi controllare, disautorare. E farà di tutto per ingannarti.

Si deve ben sapere che la mente è un “utilissimo kit per la sopravvivenza sulla terra”: che deve essere usato per ciò che è e non per farsi usare da esso. La mente è uno strumento meraviglioso per il lavoro, per pianificare gli appuntamenti,  per il cibo, per gestire le passioni, gli hobbies, gli affetti. E’ in grado di preparare il futuro e di archiviare il passato.

Ma dovrebbe servire solo a questo: non a “credersi la mente”.

Un inno esoterico recita: “la mente è il grande distruttore del reale. Distrugga Il discepolo, il distruttore”.

In realtà la mente ordinaria egoica è un entità meccanica, predisposta per attività automatiche: non può tollerare uno stato di presenza. La mente impone i suoi pensieri, i suoi desideri, il suo bisogno di ripetere ciò che gli dà piacere.

L’ego mentale si identifica con ogni elemento lo attraversa. Questo ci fa “perdere nei propri pensieri e sentimenti”.

 

Prima nessuno sapeva questo. L’evoluzione rendeva la coscienza identificata con i suoi contenuti. Macchinalmente. Ora qualcuno se ne é accorto. Il distinguere se stessi dai propri pensieri é un fatto rivoluzionario, che sconvolge i fondamenti della propria coscienza.

E’ il principio della liberazione dell’inganno della mente.

Di certo lo studio della conoscenza occulta, aiuta ad aumentare la forza per praticare l’esercizio della presenza. Ma trasformarsi, “risvegliarsi” non significa trovare soluzioni cognitive ai misteri della vita e del cosmo. “Iniziazione” è soprattutto addestrarsi a “percepire senza usare giudizi e pensieri”.

 

Il dolore e la sofferenza, come oblio dell’io

 

Tutto intorno cambia, muta.

Viviamo in un mondo di trasformazione continua, ritmica: ora è giorno, poi è notte; ora ho fame, poi ho sete. Il cielo è azzurro, poi è grigio. Ieri mi è venuto incontro questo, ora questo altro.

Anche le nostre emozioni e pensieri cambiano di continuo.

Solo un’unica cosa non cambia: é il nostro io. Ma cosa è “io”?

A questa domanda si può rispondere solo tramite un esperienza.

 

L’avere una biografia, un passato dietro le spalle, genera il credersi e il sentirsi ciò che si é stati, identificarsi con i propri ricordi. Si dice “io” a ciò che abbiamo fatto, a ciò che abbiamo vissuto.

Ma “io” non é un ricordo. “Io” é quell’elemento che in quel presente, ora passato, é stato in grado di produrre un azione o di sentire un sentimento. Ma ora quell’io non può essere più parte del ricordo, egli é qui, ora. È ciò che permette di richiamare e di rivivere quel ricordo. Ma non é quel ricordo. Quindi dirsi “io ero a scuola” é un errore grammaticale. Più corretto sarebbe dire: “un tempo il mio corpo e la mia anima andava a scuola”.

Lo smarrire questo “senso dell’io è l’origine di ogni sofferenza o malattia.

Esistono due tipi di dolore: quello interiore e quello fisico.

Quello fisico deriva da quello interiore molto spesso e quando arriva è forse troppo tardi per curarlo tramite la proprie forze interiori. Si deve ricorrere alla medicina.

Il dolore interiore, chiamato anche “sofferenza”  si genera perchè spesso la vita non sta andando o non è andata come si credeva. Si analizza la propria biografia e la si vede come un fallimento, come un insieme di eventi spiacevoli. Questo ci fa sentire vittime di un destino crudele di una vita che non ci ha permesso di realizzarci.

Ed è così che ci si sente infelici. Un “io” scontento della propria biografia è un io triste, sconsolato.

Questo provoca grande sofferenza, che spesso riversiamo anche sugli altri.

In realtà questa infelicità deriva da un entità che si è costruita mentalmente. Non è qualcosa di reale. Noi non siamo ciò che ci è accaduto. Siamo ciò che ha assistito passivamente all’attuarsi della vita.

 

Solitamente si sente, si trasforma il presente come un elemento nemico, qualcosa di estraneo, da temere, da averne paura. Non è bene. Il destino siamo noi, è il piano del nostro io. Come può essere nemica la nostra volontà di realizzarci come spiriti sulla terra?

Vivere il presente aiuta a sentire le forze amiche del destino che vengono incontro. Aiuta a sentirci un io. Sentire nemico il presente paralizza il destino e il suo potere. Non serve pensare, preoccuparsi. Basta essere presenti. Essere presenti attiva questo potere del destino e permette di fare arrivare ciò di cui si ha bisogno. Perché può solo arrivare ciò che è ottimo per noi, dato che lo abbiamo predisposto come piano di vita, prima di incarnarci sulla terra, come spiriti, come io.

Non complichiamo, non distruggiamo la tessitura del cammino che attende di essere adempiuto, realizzato. Non dimentichiamo il nostro io.

 

Tiziano Bellucci

 

GUARDARE O VIVERE IL FILM DELLA PROPRIA VITA? Esercitare la presenza di sè

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GUARDARE O VIVERE IL FILM DELLA PROPRIA VITA? Esercitare la presenza di sè

 

Quando si prova un sentimento lo si sente come qualcosa di esclusivamente personale: un quid di intimo, che sorge dal profondo di noi stessi.

Si dice di sentire ad. es. rabbia o tristezza, o paura. Sentendo angoscia, si pensa che essa sia qualcosa che si trae dal profondo di se stessi, che sia espressione del nostro nucleo, che sorga dalla nostra natura più intima. Si crede di stare provando qualcosa di davvero esclusivamente “nostro”. Chi potrebbe dire: “l’odio che sento, non è mio!”  E’ qualcosa di così fortemente personale…

Ma se riflettiamo bene, possiamo accorgerci che questi sentimenti sono esperienze che tuttavia, provano tutti gli umani. Tutti provano paura, tristezza, rabbia, gelosia, ecc. Non siamo gli unici nel mondo a provarli. Si tratta di esperienze comuni a tutta l’umanità.

 

Anche se ansia, dubbio, paura, incertezza, insicurezza sembrano qualcosa che ha a che fare con il nostro carattere e  il nostro modo di essere, che ci rimandano a qualcosa che sentiamo nostro, essi non sono sentimenti personali. Non sono solo nostri.

I pensieri, i sentimenti, i ricordi, gli impulsi sono tipicamente e universalmente umani, sono esperienze che ogni umano ha. Ugualmente come noi sulla terra, ci sono miliardi di persone che provano le stesse cose, nello stesso modo di come le proviamo noi.

Cosa significa? Non possiamo dunque dire che la rabbia, la gelosia è nostra?

Questo vale anche per altri ambiti, che sentiamo esclusivamente “nostri”: quando si pensa, si crede di pensare in modo personale. Invece si pensa con gli stessi meccanismi, condizionati da mille impulsi, come accade ad altri miliardi di umani.

Inoltre, tutti hanno facoltà di memoria, di ricordare immagini mnemoniche. Come te. Non è solo “tuo” il tuo modo di ricordare. E’ tipico di tutti.

In realtà non esistono sentimenti e pensieri personali, che sono creati da noi, che sono “nostri”. Sono di tutti e per tutti. Essi semplicemente si “fanno pensare e sentire” da noi, facendoci identificare con essi stessi. Non scegliamo noi di “sentirli o di provarli”: essi si presentano nella nostra coscienza e si manifestano, facendoci “diventare” la rabbia, il dubbio, l’ansia, l’indecisione, l’impazienza. E’ il sentimento di identificazione, di coinvolgimento con queste cose che “ce le fa sentire nostre”.

Un sentimento sembra nostro. Ma è di tutti. E’ qualcosa che “scorre” dentro la corrente evolutiva e penetra dentro la coscienza individuale di ogni umano.  E compare in ogni anima, come una base comune. “Omologandoci” come esseri  parte del regno umano.

Dobbiamo “cambiare” la nostra credenza su questo: i pensieri e i sentimenti non sono “il nostro stato d’animo” sono “qualcosa che ha un esistenza propria”, che non creiamo noi. Qualcosa che si “impone a noi” e approfitta del nostro spazio animico, per vivere dentro di noi. Si potrebbe dire che l’ira o la rabbia, “cerca” l’uomo per poter “scaricare” la sua forza, così come la saetta  viene attratta dal parafulmine.

Esiste dunque una “rabbia” oggettiva, un “essere della rabbia” che permea il mondo, che desidera, vuole entrare nell’uomo?

Si. Esiste, esistono. Si tratta di esseri viventi di altri mondi invisibili, che vivono dentro di noi.

Si presentano, appaiono dentro di noi -come pensieri e sentimenti, ma sono un’altra cosa: hanno una loro vita, una loro coscienza, una loro volontà, un loro rango e luogo di provenienza.

Si può dire che esistono “legioni” di esseri di pensiero e sentimento. Nubi animiche di sentimento. Schiere di esseri elementari astrali che hanno la funzione di generare in noi “il senso di sé”. O Ego.

Crediamo di essere qualcosa, per il fatto che semplicemente pensiamo o sentiamo o ricordiamo.

Se togliessimo pensieri, ricordi e sentimenti cosa resterebbe di noi? Se ci svegliassimo un mattino con un ammnesia totale, sprovvisti della nostra biografia a cosa diremmo “io” ?

Questi esseri esistono per farci “sentire” un io. Un aggregato di pensieri e ricordi, che si dice “io”.

In realtà non siamo mai un io: siamo un ricordo, un azione, un desiderio, un pensiero. Siamo un’agglomerato di esseri viventi che compenetra la nostra coscienza.

In altre parole, noi non viviamo mai uno stato d’animo: lo subiamo.

Veniamo attraversati da fenomeni di pensiero e sensazione, i quali ci spingono a determinare reazioni, ci stimolano a intraprendere certe azioni.

Dobbiamo accorgerci prima o poi di non essere noi i padroni della nostra vita dell’anima.  Si deve scoprire che siamo “animati” da forze che ci sorreggono, dandoci una sensazione di essere che si origina dalla loro presenza in noi.

Queste forze hanno avuto un loro ruolo sinora, per sviluppare la coscienza dell’io. Ma ciò che era buono e utile un tempo può diventare oggi pericoloso, dannoso perchè ha esaurito il suo compito. Ora può degenerare in egoismo assoluto, in omologazione totale.

Dobbiamo alzarci dal poltrona del cinematografo della vita e cominciare a vivere la vita, non a farci vivere da essa e dai suoi esseri astrali, guardandola come se essa fosse un film.

Solo allora saremo un io, che non poggia su nulla, ma che pensa, sente, vuole se stesso.

 

ESERCITARE LA PRESENZA DI SE’

Proviamo a rallentare i nostri gesti. Ad uscire dalla frenesia quotidiana.

Poniamoci ad osservare i nostri movimenti lenti. Cerchiamo di compiere azioni come se stessimo facendo qualcosa di solenne, di cultico, di religioso. Proviamo a sollevare il bicchiere e portarlo alla bocca con lentezza, al rallentatore. Tentiamo di girare il capo e osservare la stanza con pacatezza e lentezza.

L’essenziale è fare qualcosa vivendo il presente, non agendo in funzione di qualcosa che verrà. Si può correre, vivendo la sensazione del correre, godendo il percepire il tono della muscolatura, del fiato, non proiettandosi nel pensiero di cosa faremo quando saremo giunti a destinazione. E’ fondamentale non fare una cosa solo come “mezzo” che ci conduce ad una finalità.

Occorre essere presenti, riversando e donando la propria attenzione solo sul momento presente, considerando e vivendo il momento presente. Scopriremo una sensazione nuova, magica, mai provata. Avvertiremo qualcosa di particolare: come se sapessimo di essere sulla “scena, sul palcoscenico” della vita. Non più sulla poltrona a guardare la vita.

Questa sarà la nostra educazione a diventare presenti, a non essere trascinati da “altro” che non dal nostro essere. Cominceremo ad essere “io”.

 

Tiziano Bellucci

SUPERARE LA NOIA COME VIA DI RISVEGLIO

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SUPERARE LA NOIA COME VIA DI RISVEGLIO

L’essere umano non nasce predisposto a “concentrarsi”: fissarsi su un punto, su una situazione, produce in lui la monotonia. E questo vale per ogni ambito: dal giocare, al lavoro, al rapporto di coppia, al matrimonio.
Tutto primo poi, nel suo ripetersi nella medesima forma, crea l’assuefazione, l’indifferenza, la noia.
Perché egli è un ricercatore, un investigatore cosmico: strutturato in modo che in lui si originino in lui continui stimoli, bisogni, brame e passioni, che lo incitino a sperimentare, a ricercare sempre cose nuove nella vita. La sua natura gli impedisce di essere continuativo, stabile, permanente, duraturo e costante.
Solo tramite un educazione esoterica, che si incentri sulla pratica della concentrazione del pensiero, può imparare a contrapporre alla naturale noia, un interesse attivo, che viene generato dalla sua interiore volontà. Concentrarsi è dedicarsi volitivamente ad un tema, un oggetto: che è al contempo un educazione all’amore.
Amare è avere interesse ai massimi vertici, ma per tutto, non solo per una cosa: stranamente si può dire che nell’uomo vi sia già questa la sua tendenza: desiderare ogni cosa. La differenza è che l’uomo non ama disinteressatamente, desidera con interesse. La concentrazione insegna ad amare la singola cosa, per diventare capaci di amare ogni cosa.
Il problema è dunque questo: l’umano si annoia. E questa noia produce in lui l‘attitudine a vivere nella continua pratica del rinnovare il suo mondo esteriore e interiore apportandovi stimoli nuovi o rinnovati.
Se io imparo ogni giorno a concentrarmi su un oggetto, mi sottopongo ad un attività che mi educa a godere di ciò che vive nella noia. Scopro in essa un altro principio. Al principio concentrarsi è difficile, perché ci si trova ad operare contro natura. Essa non vuole cedere alla monoidea, tende al pluralismo. Ma con il tempo si arriva ad un superamento della consueta noia, facendo leva su essa stessa. Si produce uno “scatto” della coscienza ed ecco che ogni monotonia sparisce, e si palesa uno “stato” in cui la calma e la serenità divengono la base dell’esistenza. Ci si accorge che oltre il muro della noia, dimora la calma universale, la pace. Come se fosse stato disposto che la monotonia dovesse fungere da “guardiana” sulla soglia dell’ armonia interiore.
Di fatto, superare la noia significa provocare un “corto circuito” al sistema nervoso: superare l’ordinaria capacità di pensare poggiante sul cervello.
Infatti se ci si esercita con il tempo a concentrarsi su un tema, per via naturale accade che la coscienza vada ad ampliarsi e smette di essere sottomessa al sistema nervoso. Esiste senza poggiare sulla materia: ma si estrinseca tramite un altro veicolo, il corpo eterico, il cervello eterico.
Vi è quindi un sistema per divenire più stabili, più coerenti con le proprie scelte e continuativi: abituarsi a concentrarsi in se stessi.
Ad es. una coppia, che voglia essere in pace non deve promettersi fedeltà: ma imparare a concentrarsi in se stessi. Questa attività conduce  spontaneamente ad un onestà interiore che sa discernere ciò che è vano da ciò che non lo è. Conduce ad eliminare la noia, a superarla.
Piano piano si instaura nell’anima la tendenza ad essenzializzarsi, a godere della semplicità: che significa eliminare la noia. Infatti imparare a godere dell’essenza delle cose, significa smettere di essere complicati, di desiderare l’apparenza. Cessa così la necessità della noia di stimolarci verso un soddisfacimento che il più delle volte è solo fittizio, inutile.
Apprezzare l’essenza di una cosa significa unirsi a lei nello spirito: significa accorgersi che ogni cosa e persona sono parte di un unico spirito, nel quale viviamo ininterrottamente, senza esserne consapevoli.
Concentrarsi su una cosa è un metodo,un pretesto, per arrivare ad accedere al mondo spirituale, a godere della comunione con il divino, la quale non conosce noia, ma solo assoluto appagamento.

Il pensare “rafforzato”: osservazione del pensare

Occorre porsi attivamente di fronte al pensare cercando di ritrarsi dall’atto stesso del “fare pensieri”. Spesso in antroposofia, si parla di “pensare rafforzato”. Tale attività non significa “meditare”, ma arrivare a praticare un osservazione dell’attività di pensiero, cessando ogni elucubrazione razionale.

Si tratta di smettere di identificarsi con l’ordinaria capacità di formare immagini e concetti, per volgersi ad usarla come occasione di potenziamento della forza animica interiore.
Si tratta di “sollevare” il pensare ad un livello superiore.
Non si tratta di meditare, svuotando la coscienza: questa è una fase che deve succedere all’atto dell’osservazione del pensiero.

Il punto di partenza di ogni indagine esoterica moderna, per avere qualità di scientificità deve venire sempre introdotta da un osservazione compiuta dal ricercatore sul proprio pensare: che si può anche qualificare come il raggiungimento del “l’esperienza interiore della reale natura del pensare”. Essa consente l’elevazione della coscienza dalla fase “ordinaria” a quella “veggente”.

Questo tipo di pratica è ben distante da un “rilassarsi”, o un “riposarsi”: si tratta invece di impegnarsi a generare uno “sforzo” enorme dell’anima a mezzo di un eccezionale e sorprendente atto di concentrazione della capacità di pensiero. Deve essere impiegata una smisurata forza animica per analizzare minuziosamente e in modo tassativamente conseguente, la concatenazione di pensieri, la sequenza di immagini costituenti un determinato tema o oggetto prescelto. Quest’ultimo, non è il fine della concentrazione, ma il mezzo.

Ovvero: non ci si concentra per “conoscere l’oggetto” ma per suscitare a suo tramite una spropositata forza animica interiore. L’ossessivo lavoro di sforzo, nel seguire univocamente la costruzione dei pensieri durante concentrazione attiva il pensare stesso, lo riscalda, lo sviluppa, sollevandolo dalla sua momentanea natura riflessa. E’ un espediente, scoperto da R. Steiner, per “commutare” la coscienza riflessa in quella spirituale.

In altri termini si può dire che la concentrazione altro non è che un introduzione scientifica alla reale esperienza spirituale: come la “vestizione” dello scienziato dello spirito, che indossa prima il camice e i guanti, prima di operare sul tavolo del laboratorio.

Tiziano Bellucci

DIVENTARE CHIAROVEGGENTI. PENSARE IL VIVENTE

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DIVENTARE CHIAROVEGGENTI. PENSARE IL VIVENTE

Quella che segue è un osservazione interiore.
Nella scienza spirituale si parla di “pensiero vivente”. Ma cosa è, come si fa a pensare in modo vivente?
Solitamente si pensano idee, tramite immagini. Si associano temi e concetti.

Esiste un modo di pensare che abbraccia tutto, senza bisogno di parole e astrazioni, di memorie associate.

 

Si può rafforzare quella che è l’ordinaria attività di pensiero, tramite una intensa concentrazione; essa diviene qualcosa di diverso dall’ordinario: appare come una forza autonoma, distinta dalla coscienza, un’energia impersonale.
Smette di essere un supporto della coscienza, diventando un organo di percezione, di vedere: diviene un “occhio” reale. Un occhio capace di guardare dentro il mondo spirituale.

Si può smettere di “pensare” pensieri, divenendo capaci di osservare la forza pensante in sé.

“Osservare la forza di pensiero in atto”.
Non stiamo parlando di un assurdo filosofico.

Giungere ad osservare il pensiero come forza, è già un processo spirituale: è vedere l’operare dello spirito, che si estrinseca nell’etere vitale, entro il nostro stesso corpo eterico.

Pensare in modo vivente non è piu pensare, ma diviene un “vedere” gli esseri spirituali che vivono nelle cose. E dentro di noi.
Ci si accorge che l’ordinario pensare era una “limitazione” del vivere nelle cose.
La visuale su sui si pensava cessa di essere i nostri pensieri e diviene vita, attualità del mondo spirituale.

Il pensiero, non è qualcosa che produciamo noi neurologicamente: è un essenza che ci rende partecipi della vita universale. Pensando la vita non possiamo viverla.
Immettersi nell’esperienza del pensare vivente è cessare di pensare: è vivere il mondo spirituale.

La natura del pensiero di fatto si palesa come un essenza titanica di vita fluente incessante, un tessuto sovrasensibile ove si intrecciano colloqui spirituali, deliberazioni di volontà promananti da entità divine: impulsi connotati secondo progetti e intenzioni di una saggezza sovrumana. In esso fluttua la “parola primordiale” cantata di coro in coro, di angelo in arcangelo.
Il pensiero usuale è quindi un “non pensiero” ossia, un cadavere. Ma deve divenire tale, per poter essere cosciente di sé. Deve diventare pensare umano, per essere ritrovato come pensare divino.

Il Piccolo Guardiano della Soglia, l’essere del subconscio.

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Il Piccolo Guardiano della Soglia

Risultati immagini per anubi guardianoFra le esperienze più importanti che accompagnano l’ascesa ai mondi superiori, ci sono gli incontri con il “piccolo guardiano della soglia” e in seguito con il “grande guardiano della soglia“.

Il discepolo incontra il piccolo guardiano, quando i fili che uniscono volontà, pensiero e sentimento, incominciano a disciogliersi nei corpi più sottili – il corpo astrale e il corpo eterico – mentre incontra il «grande guardiano della soglia», quando lo scioglimento dei legami si estende fin dentro alle parti fisiche del corpo, cioè, sopratutto, al cervello.

Il «piccolo guardiano della soglia» è un essere indipendente che non esiste per l’uomo, fino a quando questi non abbia raggiunto un adeguato gradino di evoluzione. Soltanto per mezzo di questo incontro il discepolo si accorge, che pensare, sentire e volere si sono in lui disciolti dalla loro ingenita unione.

Al discepolo si presenta un essere dalla sembianza orribile e spettrale, ed egli per farvi fronte, ha bisogno di tutta la presenza di spirito e di tutta quella fede nella sicurezza della via della conoscenza, che ha acquisito durante il corso del suo discepolato nell’occultismo.

 

Si cercherà ora di descrivere, in forma narrativa, l’incontro ipotetico del discepolo con questo «guardiano della soglia».

Il «guardiano» rivela il proprio significato con le seguenti parole:

“Fino ad ora ti dominavano potenze che ti erano invisibili, le quali operavano in modo che durante il corso delle tue vite passate, ogni tua opera buona avesse la sua ricompensa e ogni tua cattiva azione avesse tristi conseguenze.”

“Per virtù della loro inflImmagine correlatauenza e col frutto delle esperienze della tua vita e dei tuoi pensieri, il tuo carattere si è formato; queste potenze furono le cause del tuo destino.”

“Esse, dominandoti con la legge universale del karma, determinarono la misura di gioia e di dolore che ti veniva assegnata in ognuna delle tue incarnazioni, a seconda della tua condotta nelle incarnazioni precedenti.”

“Queste potenze, abbandoneranno adesso una parte della loro direzione, quindi parte del lavoro che esse facevano per te, dovrai ormai compierlo da solo.”

“Nel tuo carattere hai molti lati belli, molte brutte macchie, ma degli uni come delle altre sei tu stesso la causa”.

“Ora però devono esserti rivelati tutti gli aspetti buoni e cattivi delle tue vite passate, essi erano fino ad ora intessuti nella tua stessa entità, erano in te e tuttavia non li potevi vedere.”

“Ora invece si liberano da te, escono dalla tua personalità, assumendo una forma indipendente che tu puoi vedere e sono io stesso, l’entità che si è formata un corpo con le tue azioni nobili e malvage, la mia figura spettrale rappresenta tutto ciò.”

“Da ora in poi il tuo destino è solamente nelle tue mani”.

“Io devo diventare un’entità perfetta e splendida, se mi voglio salvare dalla distruzione, ma se quest’ultima mi dovesse cogliere, dovrei trascinare con me anche te in un mondo oscuro.”

“Occorre ormai che la tua propria saggezza diventi tanto grande, da essere in grado di assumersi il còmpito che prima svolgevano per te le potenze che ti dominavano.”

“Quando tu avrai varcato la mia soglia, io, come figura visibile, non mi staccherò più per un solo istante dal tuo fianco e se da ora in poi opererai o penserai cose cattive, vedrai subito questa tua colpa riflettersi in un contorcimento orribile e demoniaco della mia figura.”

Risultati immagini per anubi guardiano“Soltanto quando ti sarai purificato in modo che ti sia impossibile commettere altri peccati, allora soltanto il mio essere si trasformerà in bellezza risplendente e potrò unirmi di nuovo con te in un unico essere.”

“La mia soglia però è costruita di tutti quei sentimenti di paura che sono ancora in te, del tuo timore della forza che ti occorre per assumere la completa responsabilità delle tue azioni e dei tuoi pensieri, quindi finché ti manca questo coraggio di prendere da te la direzione della tua sorte, la costruzione di questa soglia non è completa.”

“Non tentare dunque di varcarla, prima di esserti completamente liberato dalla paura”.

“Fino ad ora uscivo dalla tua personalità soltanto quando la morte ti richiamava dal corso di una vita terrena; ma anche allora la mia figura rimaneva per te velata.”

“Potevano vedermi soltanto le potenze del destino che ti dirigevano e a seconda del mio aspetto, nelle pause intermedie fra la morte e una nuova nascita, potevano elaborare in te forza e capacità per il bene della tua evoluzione e definire la tua prossima incarnazione.”

“Quando tu morivi, io rimanevo, e solo trasformandomi attraverso sempre nuove vite e portandomi in questo modo inconsapevolmente a perfezione, tu ti liberavi man mano dalle potenze della morte e quando ti unirai completamente a me, passerai all’immortalità.”

Ciò che qui è stato esposto, in forma narrativa, non va inteso come qualcosa di simbolico, ma come un’esperienza della massima realtà per il discepolo. E’ evidente che il «guardiano della soglia» è una figura astrale che si manifesta alla veggenza superiore del discepolo in via di risveglio. Risveglio derivante dal cessato collegamento fra volontà, pensiero e sentimento.

A questo incontro del discepolo col proprio guardiano, conduce tutta la scienza occulta. Colui il quale, prima di essere abbastanza preparato si vedesse comparire dinanzi il proprio karma non ancora scontato, nella forma sensibile di un essere vivente, correrebbe il pericolo di smarrire la buona strada. La preparazione del discepolo deve perciò mirare a poter sopportare senza alcun timore la spaventosa visione, in modo da potere in piena coscienza incaricarsi del perfezionamento del proprio «guardiano».

Come conseguenza dell’aver felicemente superato l’incontro, col «guardiano della soglia», la prossima morte fisica del discepolo diventa un evento completamente diverso dalle sue morti precedenti. Egli ora  sperimenta coscientemente la morte, Risultati immagini per il guardiano della sogliadeponendo il proprio corpo fisico così come ci si spoglia di un abito usato. Questa sua morte fisica è allora, per così dire, un fatto rilevante soltanto per coloro che vivono con lui e le cui percezioni sono ancora completamente limitate al mondo sensibile. Per il discepolo però nulla si modifica d’importante nell’ambiente che lo circonda. Tutto il mondo soprasensibile in cui egli entra con la morte, stava aperto dinanzi a lui anche prima che egli morisse e continua perciò a  rimanergli aperto anche dopo la sua morte.
(Brani tratti da Rudolf Steiner – L’Iniziazione)