Libertà e filosofia

LA SAGGEZZA MADRE DELLA FUTURA FRATERNITA’

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 Quando si apprende un idea spirituale esoterica, ricolma di saggezza tutti gli uomini la riconoscono come tale, perché appare oggettiva, giusta e adatta ad ognuno. Non possono sorgere opinioni diverse: l’idea appare così elevata che in modo spontaneo l’anima tende per natura  a sentirla sua, ad identificarsi con essa. Non la avverte come una costrizione. Infatti la saggezza non obbliga, non convince: riunisce liberamente ogni anima, risuonandovi in armonia come un fatto ovvio e naturale.

L’unico modo per sviluppare fratellanza è diffondere conoscenze occulte. Questo creerà saggezza nell’uomo e fiducia per il mondo spirituale. I futuri Misteri saranno fondati sulla conoscenza che crea fiducia per l’altro essere.

Tiziano Bellucci

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“Un passo nella conoscenza: tre passi nel perfezionamento di sè”

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Apprendere, acquisire conoscenza significa divenire sempre più consapevoli e più partecipi dello stato delle cose riguardo il senso della vita e la missione dell’uomo sulla terra.Qui per “conoscenza“ non si intendono le nozioni scientifiche, ma le rivelazioni provenienti da indagini chiaroveggenti di individui predisposti.Più conosco e più mi si “svela” il mondo, i suoi esseri e i suoi propositi. Più apprendo è più vengo a sapere cosa devo fare e cosa non devo fare: che cosa si attende da me il cosmo. Mi si rivela il mio ruolo nell’economia universale come essere umano.

Al contempo tramite il conoscere mi vengono messe a disposizione soluzioni, giuste indicazioni per come operare in modo retto, sano e fecondo nel mondo.

Se eseguo in modo corretto quelle indicazioni (che spesso implicano una “modificazione” morale di me stesso) allora opero nel mondo e contribuisco al divenire: tutto sarebbe in armonia.

Ma cosa accade se pur conoscendo cosa non mi è utile, cosa “non è bene che io faccia” io faccio il contrario? Pur sapendo che la linea generale è “smettere di far quel che mi pare” per adempiere invece ai propositi che sono scritti nel mio destino, cosa accade se io mi abbandono ai miei utilitarismi, rinnegando i qualche modo la conoscenza e la mia coscienza?

Accade un fatto sconveniente.

Di solito un iniziato, sa che “per ogni passo verso la conoscenza deve fare tre passi verso i perfezionamento di se stesso” : conoscere significa “moralizzarsi”, ossia diventare individui eticamente responsabili di tutto.

Un iniziato è un individuo che precorre nel tempo l’intera umanità: compie in una vita ciò che la globalità degli uomini realizzerà in millenni. Acquisisce doti e facoltà interiori, poteri spirituali che sono conseguibili solo a mezzo di una severa disciplina occulta.

Questo comporta che, anticipando il suo futuro e quello dell’umanità debba trovarsi davanti anche quegli eventi, quegli incontri del destino che si sarebbero svolti solo in un lontano futuro, in vite future. In altri termini egli si trova in una sola vita a far fronte a “risolvere” legami di destino che forse avrebbe potuto o dovuto adempiere solo in tante vite. “Molti colpi di destino “ gli arrivano: viene investito da molti effetti karmici che come attratti da una calamita si precipitano verso lui. Solitamente tali “effetti karmici” si presentano come eventi dolorosi. Solitamente l’iniziato è dotato di potenti forze per far fronte a ciò: in altre parole, la sua iniziazione è connessa con il suo karma. Egli si dedica al propri perfezionamento, affinchè in lui si generino forze capaci di affrontare il destino in modo adeguato e di risolverlo. Solo se “diventa un essere perfetto, morale e giusto”, risolvendo, perdonando e amando può conseguire le sue doti e al contempo “liberarsi dal suo destino”.

Cosa accade invece se un uomo comune, non sottoposto a discipline, non dotato di enormi forze di compassione e di perdono, e quindi per nulla motivato ad essere “saggio ed elevato”, cosa succede se si dedica allo studio, al conoscere tanto da “riempirsi” di infinite rivelazioni spirituali?

Ciò che avrebbe dovuto conoscere per via naturale in tante vite lo viene a conoscere in una vita: il suo livello di consapevolezza cresce e pur conoscendo nulla, non fa nulla per migliorarsi.

Accade che come all’iniziato il crescere di conoscenza e consapevolezza, accresce il carico del suo destino, che gli viene incontro, travolgendolo. Incidenti, scontri, malattie, liti e discussioni di tante vite, arrivano in una sola vita e reclamano di essere risolti in modo impellente, ora. L’individuo incapace di gestire tale impeto, privo di forze e protezioni è destinato a soccombere.

Questo è il pericolo del tempo odierno.

Siamo circondati da libri, individui che in poco tempo e parole semplici senza richiedere all’uditori il minimo sforzo (spesso viene chiesto denaro) donano la conoscenza occulta: essa viene diffusa. Si ricevono “iniziazioni in un week end” o per corrispondenza.

All’individuo vengo rivelati dati fatti occulti, che lo destano e lo potenziano, senza affiancare al sapere una appropriata disciplina interiore compensatrice.

Ovunque veniamo bombardati da nozioni occulte: ogni “saggezza” acquisita senza sforzo, senza metterla in pratica reale comporta “attirare” destino futuro in questa vita. Senza esserne consapevoli, accrescendo la nostra conoscenza ci assumiamo la responsabilità di impegnarci a far fonte giù da ora a grosse preoccupazioni di destino.

Conoscere significa attivare un anticipazione di destino.

Qui, non si vuole dire che occorre”smettere di conoscere”: ma piuttosto avvisare dell’effetto che “ingenue” nozioni o “leggeri” insegnamenti possono fare sul carico di vita umano.

Vi sono cose che agiscono ed esistono anche se non vi crediamo.

Conoscendo, ci si responsabilizza senza saperlo.

Se decidiamo di conoscere, cerchiamo dunque di farlo armandoci delle qualità morali adeguate al contrappeso che ci verrà richiesto.

Io non desidero fermare nessuno nella propria ricerca di conoscenza: ma soltanto ricordare che a lato di essa serve una compensazione morale. Il monito non è per chi lo fa, ma per chi immagazzina nozioni occulte riguardanti il mondo oggettivo in modo enciclopedico senza al contempo dedicarsi ad una soggettiva ricerca e indagine di sè. In altri termini: conoscere solo il mondo e gli Dèi non porta a conoscere se stessi. Il “mondo umano” può essere indagato solo dalla nostra capacità introspettiva, mediante uno sforzo cosciente, ossia: la meditazione, la concentrazione, la contemplazione. Dette anche: pensare puro, sentire puro, volere puro.

L’accedere alla Conoscenza è un voler accelerare la propria evoluzione; bisogna assumersi di conseguenza anche la responsabilità di tale “richiesta anticipata”.
L’accelerazione evolutiva e quindi il voler conseguire in una sola vita ciò che ci sarebbe stato donato per necessità evolutiva in molte vite,significa parimenti,anche lo scontare o il compensare in una sola vita l’insieme degli eventi passati o cause karmiche smosse,i quali effetti sarebbe comparsi in tante vite successive.
La “domanda” di Conoscenza è direttamente proprozionale alla “risposta” del karma passato.
Con ciò si spiega il perchè qualora a volte si intraprenda un cammino di Conoscenza,capita improvvisamente che il richiedente venga colpito da malattie o da eventi sgradevoli; ciò rappresenta il presentarsi e il compensare di colpo,cause antiche che vengon richiamate in attività dall’impulso di Conoscenza,il quale ne anticipa la manifestazione.

Tiziano Bellucci

Avere un intuizione è “diventare” ciò che osserviamo

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Mentre compiamo un osservazione, le cose del mondo vorrebbero penetrare in noi: vorrebbero farci diventare loro.
Di fatto, ogni atto percettivo è un intuizione inconsapevole. Se non agisse qualcosa nell’uomo, durante ogni osservazione si assorbirebbe l’altro, ci si fonderebbe con l’oggetto osservato. La nostra organizzazione è però costituita in modo da preservarci dalla “fusione” con gli oggetti osservati. Non rende possibile “l’intuizione”.
Di fatto la “fusione” fra noi e l’oggetto accade comunque, restando però inconsapevolmente non registrata dalla coscienza. Infatti si attua una “riflessione” della forma osservata e non una “penetrazione”. Di fatto le cose esterne tenderebbe sempre a far si che ci trasformiamo in loro, che diventiamo loro.
Osservando una cosa, essa vorrebbe nascere in noi, farci prendere la sua forma, la sua essenza. Il nostro cervello si oppone però a questo, creando l’effetto “specchiante”. La cosa osservata di proietta nel cervello solo come riflesso, senza possibilità di “trasformare” il cervello. In realtà lo spirito che pervade ogni cosa, tenderebbe a rendere simile a lui ogni osservatore; lo “ingloberebbe” facendolo parte di sé.
Quando siamo sulla terra, la natura non ci richiede di “diventare” parte di lei. Quando osserviamo un albero, esso non ci chiede di penetrare o trasformarsi in lui, di diventare parte della sua linfa, del suo legno. Invece nel mondo spirituale, la condizione naturale della vita è di immergersi in tutto, di diventare partecipi con la propria essenza, dell’essenza degli altri.
Il cervello “rigetta” sempre indietro l’attività di trasformazione dello spirito nei nostri confronti: il cervello rifiuta l’intuizione.  Crea il riflettere. Perdendo la possibilità di diventare l’oggetto, quindi di incontrarlo come essere vivente, il pensare cosmico dell’oggetto scade in pensare astratto: appare in una forma fisica. Una caricatura della sua vera essenza.
Ma questo suscita anche il miracolo dell’autocoscienza. Impossibile senza un cervello. Avvenimento da superare, ma che deve venire attraversato e venerato, dall’uomo che diventa iniziato.
Tiziano Bellucci