Vangeli, Scritture Sacre e Religione

SAPPIAMO DI AVERE UN SEME NEL CUORE?

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SAPPIAMO DI AVERE UN SEME NEL CUORE?

Matteo 13,1
(Novembre 31 D.C.;Cafarnao,sulla riva del L.Tiberiade)

«Il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte del seme cadde lungo la strada; gli uccelli vennero e la mangiarono. Un’altra cadde in luoghi rocciosi dove non aveva molta terra; e subito spuntò, perché non aveva terreno profondo; ma, levatosi il sole, fu bruciata; e, non avendo radice, inaridì. Un’altra cadde tra le spine; e le spine crebbero e la soffocarono. 8 Un’altra cadde nella buona terra e portò frutto, dando il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi [per udire] oda».

In questa parabola il “seminatore” è colui che dispone nel suo grembo di tutti i “semi spirito”: è l’Unverso Padre spirito, il Principio da cui sono nate tutte le cose. La Matrice.

Tutto lo spirito è contenuto nelle sue mani. Egli è il dispensatore, il distributore del seme dell’io.
E colui che inserì la goccia, o seme delle spirito di Dio entro ogni corpo umano.
Colui che lo “seminò, entro l’umanità.

Il seme è invece la forza che risiede in ogni uomo come germe potenziale, capace di poter ricollegarsi con l’Origine, con il Seminatore stesso. Vive in ogni cuore.

Questo, seme, è simbolicamente quella forza che avvertiamo nell’anima come “Voce o parola dell’io” o Principio di autoconsapevolezza, che vive in ogni uomo. A volte la si chiama “voce della coscienza”.

La “terra, è il terreno” in cui viene seminato il germe dell’io è l’umanità: è il corpo e l’anima di ogni uomo uomo.
“La parola del Regno, il Regno di Dio” è quindi il potenziale Potere che come seme che viene da Lui distribuito in ogni uomo, la facoltà di essere e di sentirsi “figlio dello spirito” e di svilupparsi, agire come tale.

E’ il potere di diventare da piccolo seme, una pianta grandiosa.

Allorche’, si dice che vi sono quattro tipi di individui:

1- GLI INSENSIBILI: coloro che calpestano e rinnegano la propria voce della coscienza, stimolati dagli istinti maligni delle voci seduttrici dentro la sua anima;
2- GLI INCOSTANTI: quelli che percepiscono la forza del proprio Verbo in se, ma sono instabili, pigri: in seguito alle prime tribolazioni, smettono di prestargli attenzione e di seguirla;
3- I PASSIONALI: gli uomini succubi dei piaceri terreni, che pur di non rinunciarvi preferiscono ignorarla;
4- I CERCATORI DI SE’: coloro che sono tenaci, fedeli e perseveranti e ascoltano i propri presentimenti.

A quale categoria sentiamo di appartenere?
E cosa possiamo fare per diventare una “pianta” che può crescere nel Giardino dell ‘Eden, collaborando a vivificare la vita del cosmo?

La parabola del seminatore è una parabola di Gesù raccontata nei tre vangeli sinottici (Matteo 13,1-23, Marco 4,1-20 e Luca 8,4-15) e nel Vangelo apocrifo di Tommaso (Tommaso 9).

Commento di Tiziano Bellucci

IL SIGNIFICATO DELLA PASQUA INTERIORE

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IL SIGNIFICATO DELLA PASQUA INTERIORE

Il mistero del Golghota-la morte in croce del Cristo- ha avviato una trasformazione globale dell’atmosfera spirituale della terra, dell’intero suo essere: essa come l’uomo, è provvista di un corpo fisico, un corpo eterico, un corpo astrale e di un io (entità planetaria). L’aura della terra è mutata di colore e di qualità spirituali, dai tempi della venuta del Cristo.

L’immagine che un sangue puro e divino sia dovuto scorrere e toccare la terra, è stato l’inizio di una purificazione dell’egoismo in eccesso contenuto nell’umanità. Senza tale sacrificio l’uomo avrebbe raggiunto limiti egoistici inerrarrabili: al limite della bestialità.

L’egoismo superfluo costituitosi a mezzo dell’antica azione Javhetica, venne purificato: si è trattato dell’inizio di una depurazione del sangue dal principio dell’egoismo: il principio e la speranza di una nuova era della fratellanza terrestre.

Con la venuta del Cristo, lo spirito contenuto nel calore del sole attorno alla terra cominciò a riversarsi gradatamente entro il sangue umano: è come dire che le entità che abitano il “Sole” (gli Elohim), vennero ad abitare sulla terra di nuovo.  Il Cristo prefigura un futuro in cui la terra si riunirà al sole e diventerà di nuovo uno con gli Elohim, come al principio. Ma prima che ciò accada, l’uomo deve diventare capace di amare, di creare una vera fratellanza. E questo accadrà tramite l’affluire graduale dello spirito del Cristo entro l’umanità.

Quando esso si sarà completamente riversato entro gli uomini, come principio reintegratore, riunificatore, allora si affaccerà una grande fratellanza planetaria. L’uomo si sentirà attratto dall’altro uomo come un fratello, tutte le divisioni cesseranno e un magnifico senso di comunione abbraccerà l’intera umanità.

La Pasqua simbolizza l’inizio di un tempo di futura fratellanza, che partirà dalla rinascita del singolo uomo, come singolo Dio, Angelo umano.

La Pasqu anon è un evento di gruppo: è un processo singolo, individuale. Ogni uomo deve e può compierlo solo personalmente e nessuno può compierlo per lui.

Pasqua è accorgersi di essere al buio e di desiderare la luce.

Pasqua è sentirsi rinchiusi in un sepolcro buio: sentire la prigionia del nostro corpo, della nostra mente cerebrale.

Pasqua è voler svincolarsi dai limiti dati dalla propria fisicità, dalla propria mentalità, delle proprie paure. E’ desiderio di liberarsi dalle proprie debolezze, insicurezze, oscurità.

Pasqua è accorgersi che basta “spingere” la pietra che ci chiude dentro il nostro sepolcro.

E’ compiere un gesto nel “portarci” fuori dalle consuetudini ed abitudini.

Pasqua è desiderare vedere come è il mondo e la vita fuori dal sepolcro.

Pasqua è imparare a vivere momenti di pace interiore, nella meditazione, per rivolgersi all’essenziale, al sovrasostanziale.

Pasqua è sentire che dentro di noi c’è luce, capace di illuminare il buio e incoraggiarci ad aprire il varco verso la luce del mondo, verso la vita.

Pasqua è volere la luce.

E’ sentire la voce del proprio io che ci dice: “vieni fuori dall’oscurità!”.

Pasqua è scoprire che la Vita ha inventato la morte, per avere molta vita.

Per svelare che esiste una vita superiore a quella che conosciamo.

Pasqua è smettere di desiderare di essere qualcosa, per imparare a volersi affermare come Dei in divenire: perché è questo che è solo questo che può renderci completi e felici.

Questo è rinascere.

Questa è la Pasqua: scoprire in sé la propria essenza immortale. Divina

 

Tanti auguri a tutti coloro che vogliono risorgere.

 

Tiziano Bellucci

IL MISTERO DEL MALE: Caino e Giuda in noi

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IL MISTERO DEL MALE: Caino e Giuda in noi

Dietro ad ogni tradimento, dietro ad ogni ipocrisia, ad ogni dolore inferto vi è nascosto il “mistero del male”. Combattere il “portatore del male” non porta a molto. E’ una giustizia parziale ed effimera, non utile. Il male non viene per essere “giustiziato” e neppure per essere combattuto. Viene per altro.

Ai principi del mondo Entità divine “rifiutarono” di accogliere un sacrificio d’amore a loro offerto, respingendo altre entità divine. Queste ultime sperimentarono il “non sentirsi degni”, il non essere accolti. Sentirsi non accettati, non amati originò l’amarezza, l’allontanamento, il non sentirsi meritevoli di amore. Questo fu fatto dall’Alto proprio per creare, con il presupposto del “rifiutare”, l’origine, la causa del male. L’opposizione, la separazione divenne il principio del male.

Perché queste elevate entità divine compirono questo rifiuto? Perché l’amore cosmico doveva smettere di essere un fatto ovvio, un dato di partenza scontato, ma doveva divenire una conquista evolutiva tramite la Libertà umana.

Solo vivendo il “rifiuto”, il non venir accettati si può mettere in ballo, in discussione se stessi. E questo accadde. Il male imperversò ovunque.

Il primo “male” venne da due fratelli: Caino uccise suo fratello Abele.

Il secondo male venne da Giuda: fece crocifiggere Cristo.

Immagine correlataCaino fu il simbolo dell “individuazione” che potè nascere solo tramite l’opposizione, il contrapporsi degli uomini gli uni con gli altri. Caino è il potere Luciferico di ostacolo, di egoismo: che era necessario per rendere gli uomini individui. “Sono forse io il custode di mio

fratello?», così risponde Caino a Jahve che gli chiede dove sia Abele. L’uomo non doveva custodire l’altro, ma sentirsi separato dall’altro. Doveva conoscere l’egoismo e la separazione, l’odio, per poter imparare un amore cosciente, piu grande.

 

 

Giuda è invece il simbolo arimanico, satanico del potere di distruzione, dell’uomo che vive nella materia.

Il Cristo non si oppose a Giuda, ma anzi lo invitò a “compiere in fretta ciò che doveva fare.

Risultati immagini per caino e giudaSecondo i vangeli canonici, Giuda tradì Gesù consegnandolo alle autorità del Tempio di Gerusalemme, le quali a loro volta lo consegnarono a prefetto Ponzio Pilato, massima autorità romana della regione, che lo mise a morte per crocifissione.

Il Vangelo di Giuda – un documento gnostico dei primi secoli D. C.-, invece, presenta Giuda in una prospettiva molto differente: il gesto dell’apostolo non fu un tradimento, ma l’esecuzione di un ordine del Cristo stesso, che aveva bisogno di questo atto affinché il corso degli eventi che aveva progettato fosse messo in moto.

Il Cristo parla al suo discepolo prediletto (Giuda) del vero significato della Genesi, espone quindi una complicata cosmogonia dove compaiono numerosi esseri sovrumani: angeli, angeli del caos, eoni e luminari, tutti guidati dallo Spirito supremo.

In questo documento, Giuda compare come l’unico discepolo a conoscere la vera identità di Cristo, che gli rivela tutti i misteri del Cielo, della Terra e della creazione. Cristo gli predice che avrà un ruolo chiave nella salvezza del mondo. Non gli chiede di tradirlo, ma di liberarlo dal corpo che lo imprigiona in modo che attraverso il sangue, possa attuarsi il mistero dell’achemizzazione dell’egoismo umano in amore divino.

C’è chi dice che il Cristo non sarebbe mai morto di morte naturale essendo un Dio. Per poter provocare la morte serviva un assassinio che facesse fluire il suo sangue.

Giuda in sostanza, non è un traditore malvagio, ma lo strumento attraverso cui si realizza la volontà di Cristo.

Si può pensare che Caino e Giuda siano i “rappresentanti” delle forze maligne.

Risultati immagini per giudaIl male però non sta nella qualità delle forza maligne, non sta negli Esseri che hanno il compito di offrircelo e ispirarcelo: il male è il nostro soccombere a questi esseri. E’ la nostra incapacità di vedere nel male, nella sofferenza uno scopo più alto di ciò che appare nel contingente.

Il male, il mistero degli esseri dell’ostacolo, contribuisce a rendere il bene sempre più forte e soprattutto più «buono».

Non esiste un male occulto o un male fatto di demoni «cattivi». E’ la carenza umana di superare il male, ciò che produce il vero male. Satana e Lucifero quindi non sono il male. Sono strumenti sì malefici, ma attraverso i quali può compiersi un bene grande.

Combattere il male -come si fa solitamente- è creare in realtà un “bene piccolo, meschino”: redimere, liberare il male dal suo significato è invece creare un “bene grande”. Questo è lo scopo del male: generare qualcosa che non sarebbe mai potuto esistere senza inganni e sofferenze: è la genesi del “Grande buono”. Dell’uomo vero, reale.

Il male “viene” per insegnare a diventare libero da esso. La prima fase è un momento di dolore, di caduta. Il vero male è restare nel dolore, nella caduta. Superare il male, è acquisire la forza, l’affrancamento dalla possibilità di fare il male.

Ciascuno di noi porta dentro di sé sia Caino sia Giuda. Sono elementi inseriti in noi, che vengono a costituire il nostro “doppio” luciferico e arimanico. Senza di essi non sarebbe possibile una nostra evoluzione, un superamento di noi stessi.

Possiamo riconoscere Caino e Giuda nell’altro uomo, proprio perché anche in noi stessi questi esseri vivono. Caino l’assassino parla in noi ogni volta che vogliamo separarci da un altro uomo, spezzare il legame con lui. Giuda l‘iscariota parla in noi ogni volta giudichiamo l’altro, ricoprendolo di ipocrisie, non volendoci occupare di approfondirne la conoscenza.

Giudicare è come fece Giuda, è rinunciare ad amare qualcuno che sarebbe degno di amore; condannare come fece Caino, è perdere la formidabile occasione di poter scoprire nell’altro un essere speciale.

Ogni volta che superiamo il male, che lo facciamo redento in noi, capendo e perdonando chi ci porta il “mistero del male”, non siamo noi a compiere questo, ma è il Cristo che agisce in noi, tramite noi.

E’ questo il significato di essere liberi nel “suo Nome”.

Quando qualcuno ci offende, di tradisce, ci delude, possiamo superare e comprendere il mistero del male pensando: “tu che mi offendi, so che non vieni nel nome del male, ma in nome di Cristo, so che sei una straordinaria occasione per ricordarmi come trasformare me stesso in un essere fatto di amore e libertà”.

Tiziano Bellucci

ESPRIMERE I PROPRI TALENTI PER ESSERE FELICI

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ESPRIMERE I PROPRI TALENTI PER ESSERE FELICI

moneteSpesso si è scontenti del proprio lavoro, delle proprie relazioni. Si è insoddisfatti del proprio status di vita. Non ci si sente realizzati.

In realtà questo non dipende dal mondo, o dagli altri, ma dalla nostra non capacità di aver messo in pratica la nostra vera individualità, con le sue qualità migliori. Che è anche in senso occulto “intuire” quale è il nostro compito, quale è il nostro ruolo entro l’economia spirituale del mondo.

I luoghi, le situazioni e le persone che ci sono affianco o di fronte, sono quelle perfette per la nostra evoluzione, per il nostro attuale livello evolutivo. Ci sono “arrivate” perchè sono adeguate alla nostra evoluzione.

Questo non significa che sia per noi qualcosa di positivo, ossia che tutto ciò debba darci piacere.

Spesso è duro e pesante, è alienante e deprimente.

Ma queste “persone”, questo lavoro che non ci piace, hanno un loro significato: servono per “spingerci” ad andare oltre noi stessi, ci portano a lavorare nella nostra biografia, ad analizzare “cosa non funziona”, cosa non abbiamo compreso nella nostra vita.

In realtà abbiamo questo lavoro, questa moglie, questa casa, perché è ciò che sinora siamo stati in grado di ottenere dall’esistenza. Non ci sono stati imposti. Abbiamo scelto queste situazioni. Si può dire: “non potevo fare altrimenti”. In realtà è invece ciò che i nostri limiti ci hanno fatto credere di poter fare.

Come fare per ottenere di più, per sentirsi pieni, realizzati e in armonia con se stessi?

Se vogliamo dare una svolta alla nostra vita dobbiamo chiederci: “sono consapevole dei talenti, delle capacità che mi sono state date con la nascita?”

Facciamo una lista dei nostri talenti. Scriviamo quali sono le nostre qualità più positive. Facendoci semmai aiutare anche da amici o conoscenti.

Una volta scritti (almeno 5 talenti) cerchiamo di analizzare se queste capacità che abbiamo “le stiamo esprimendo” nella vita attuale. O se qualcosa ce lo impedisce.

Ad esempio, ci si può dire: “io faccio un lavoro in cui la mia (…creatività, onestà, moralità, puntualità, determinazione…) viene ad espressione? Riesco ad immettere queste qualità dentro il mio agire quotidiano nel lavoro, così da fecondare il mondo tramite le mie azioni?”

Perché solo se immettiamo nel mondo una “nostra impronta individuale” unica e irripetibile, colorata dai nostri talenti, allora stiamo adempiendo al nostro destino e -di conseguenza- possiamo essere felici, sentirci in armonia con noi stessi.

Questi “talenti” che possediamo, in realtà sono ciò che dobbiamo fare “fruttare” nella vita: sono il simbolo del nostro ruolo nel mondo, di un compito che solo noi possiamo adempiere, come singoli esseri umani.

Un altra cosa che possiamo fare è: “immaginarsi davanti allo specchio e vedersi da bambino, immaginando che la nostra immagine bambino ci chieda: sei stato capace di realizzare i miei sogni di quando ero bambino? tu adulto, porti con te i miei sogni, le mie aspirazioni, le mie fantasie? tu che vivi nel futuro, sei riuscito a realizzare i miei desideri?”

Non è colpa del mondo se abbiamo una vita non soddisfacente: dipende dal fatto che non siamo stati capaci di applicare nella vita quello che realmente siamo, ciò per cui siamo più predisposti, ciò che è maggiormente espressione del nostro essere. Abbiamo una nostra “dotazione”, abbiamo delle doti: perchè non le adoperiamo?

Non è solo motivo di insoddisfazione non mettere in pratica le proprie qualità innate: è anche un “delitto spirituale”. E questo viene ben spiegato nel passo del Vangelo di Matteo, ove vengono analizzati i “frutti” individuali dell’intera evoluzione dell’umanità.

Invito all’interpretazione del seguente passo, che è grandemente illuminato dalla conoscenza spirituale: essa ci dice che “dovremo rendere conto delle nostre qualità inespresse, che non siamo stati capaci di mettere al servizio del mondo”. Perchè questo “servizio” può divenire un dovere se non è eseguito secondo i canoni sopradescritti, ma può diventare un piacere immenso se sentito come un atto libero, che si riempie di amore per noi e per gli altri.

Esprimere se stessi, diviene un godimento pieno, in massima libertà.

Perchè solo l’amore per l’azione realizza la vera libertà.

 

PARABOLA DEI TALENTI, Matteo 25, 14
lupetta22v2“ Avverrà (alla fine della Terra) come di un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, a ciascuno secondo la sua capacità, e partì”.
L’uomo, o padrone che parte è l’io dell’uomo (il principio Cristo) che consegna all’anima umana dei doni, delle capacità. Talenti artistici, filosofici, scientifici, morali.

“Colui che aveva ricevuto cinque talenti, andò subito a impiegarli e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone”.
Lungo il ciclo di tutte le incarnazioni dell’uomo, due parti dell’umanità riescono ad arricchire se stesse tramite un intenso lavoro su di sè, raddoppiando le loro capacità rispetto la misura iniziale. Una parte dell’umanità invece rimane inerte, pigra, lasciando inoperose in sé le sue doti, vivendo la vita passivamente, come al cinematografo.

“Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò, e volle regolare i conti con loro. Colui che aveva ricevuto cinque talenti, ne presentò altri cinque, dicendo: Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque. Bene, servo buono e fedele, gli disse il suo padrone, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone. Presentatosi poi colui che aveva ricevuto due talenti, disse: Signore, mi hai consegnato due talenti; vedi, ne ho guadagnati altri due. Bene, servo buono e fedele, gli rispose il padrone, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”.
Ecco che due parti dell’umanità acquisiscono il potere di “entrare nel regno dei cieli” che è diventare partecipi attivi e consapevoli dei piani, delle direttive cosmiche, concepite nell’intelletto divino. Esse divengono “esseri della decima gerarchia divina”.

“Venuto infine colui che aveva ricevuto un solo talento, disse: Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso; per paura andai a nascondere il tuo talento sotterra; ecco qui il tuo”.
La parte inattiva dell’umanità, che vede negativamente la divinità come “spietato despota, come dura legge, priva di pietà e di misericordia” non sarà in grado di produrre nessun frutto di se stessa.

parabola_dei_talenti-1“Il padrone gli rispose: Servo malvagio e infingardo, sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha sarà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha. E il servo fannullone gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti.”
La parola “a chi non ha sarà tolto anche quello che ha” rappresenta che alla fine della fase terrestre, l’umanità non evoluta correttamente “rimarrà indietro” e oltre a non poter partecipare nel cosmo, come entità della futura decima gerarchia, verrà privata di una coscienza, di anima individuale. Essa verrà “riassorbita” nel tutto, perdendo così l’identità personale. Le “tenebre” non sono l’Inferno. Ma il “vuoto” della coscienza, il buio totale interiore. L’annullamento. Chiamata anche “la seconda morte”.

mondo08aL’invito della scienza spirituale è quindi: domandiamoci quali sono le nostre doti, le nostre capacità che possiamo mettere al servizio del mondo. Una volta riconosciute, cerchiamo di crearci, di trovarci un lavoro che permetta di esprimere queste nostre virtù. Cerchiamo di frequentare persone che sentano utili le nostre qualità. Cerchiamo di esercitare questi talenti in famiglia in maniera più consapevole.

E non saremo solo più sereni.

Realizzeremo ciò per cui l’essere umano si incarna in un corpo: collaborare al divenire del mondo.

Tiziano Bellucci

GIOVANNI BATTISTA: “VOCE CHE GRIDA NELLA SOLITUDINE”

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IL BATTISTA PRECURSORE DELLA COSCIENZA DELL`IO individualeSi consideri che tutto il cammino dell’uomo è da intendere come la preparazione da parte della direzione spirituale del cosmo, di un essere che conseguisse la capacità di potersi afferrare come un io singolo.Occorre ora specificare la differenza che esisteva nell’uomo antico, riguardo il suo modo di sentirsi un “io”, rispetto all’uomo post/cristico.
E’ bene considerare che l’essere umano non ha avuto sempre lo stesso stato di coscienza, la stessa “presenza” o percezione di sé, la stessa esperienza mnemonica dei suoi ricordi.
La coscienza di essere, di avere memoria di se`, di sentirsi un “io”, individuale, distaccato dal mondo esterno non e` sempre stata la medesima come lo e` ora; non si deve credere che l`uomo di tremila anni fa fosse solo piu` ignorante di adesso e che i suoi pensieri e sentimenti fossero identici all`uomo odierno. Soprattutto cio` vale in particolar modo riguardo al suo modo di ricordare mnemonicamente, il quale lo differenziava molto da oggi.
Oggigiorno ogni singolo uomo ricorda la sua giovinezza e riesce a risalire al massimo, sino al primo ricordo che si “stabilizza” all’incirca verso i tre anni di età. Non si può retrocedere oltre.
Vi fu un tempo in cui l’uomo possedeva una diversa esperienza di memoria: egli non ricordava solo le proprie azioni, ma oltre a queste si frammischiavano azioni compiute da altri. Fra i propri ricordi comparivano le azioni del proprio, padre, del nonno, dell’avo, del patriarca. Quelle azioni, anche se si sapeva di non esserne gli artefici, le si considerava come proprie. La memoria si estendeva oltre la propria nascita fino a quando si poteva rintracciare una consanguineità. Veniva conservata nella memoria di ogni discendente, anche la memoria di un altro avo consanguineo, per centinaia di anni.L’uomo doveva piano piano staccarsi dal sentirsi appartenente all’anima di gruppo, per afferrarsi come anima individuale.

Questo fu il compito di Giovanni, preparare la venuta dell’io individuale. Che si compì con il sacrificio del Cristo sul Golghota.

Giovanni 1° capitolo

19] E questa è la testimonianza di Giovanni, quando i Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e leviti a interrogarlo: “Chi sei tu?”.

[20] Egli confessò e non negò, e confessò: “Io non sono il Cristo”.

[21] Allora gli chiesero: “Che cosa dunque? Sei Elia?”. Rispose: “Non lo sono”. “Sei tu il profeta?”. Rispose: “No”.
Il Battista nega di essere Elia
E’ interessante notare che quando il Battista viene interrogato sul fatto se egli fosse Elia, risponde negativamente. Si tenga presente che la maggior parte dei suoi contemporanei avevano ancora esperienze ataviche veggenti, quindi ricordavano di aver già vissuto precedentemente in altre esistenze, ne avevano il sentore. Essendo egli il precursore dell’io, per adempiere correttamente alla sua missione doveva essere completamente impossibilitato di percepire le vite passate. Egli poteva soltanto percepire -era anzi uno dei pochi- che esiste una vita soltanto nella quale puoi sviluppare una piena coscienza dell’io.

[22] Gli dissero dunque: “Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?”.

[23] Rispose: Io sono voce di uno che grida nel deserto. Come disse il profeta Isaia. Preparate la via del signore.
Il Battista “io Solitario”
Giovanni Battista è il primo uomo che avverte questo cambiamento: sente dentro di sé l’affiorare dell’io singolo, isolato che gli fa sperimentare una sensazione di solitudine, di estraniazione dal tutto.“Voce di uno che grida nel deserto della propria solitudine” questa frase esprime il concetto sovraesposto. Il Battista avverte di essere abbandonato a se stesso: sente la voce del suo io appena nato che urla il dolore della separazione dalla stirpe, come un neonato piange quando esce dal grembo. Giovanni, diversamente, fu il primo invece ad avvertire la sensazione dell’io individuale; egli cominciava a sentirsi distaccato dall’anima di gruppo ebrea, si sentiva quale essere unico, isolato, separato e solitario: egli tentennava innanzi al nuovo, inedito sentore di sentirsi “solo”, affidato a se` stesso davanti alla vita.
Egli si accorse di essere un “uno”; egli difatti diceva: “IO SONO VOCE DI UNO CHE GRIDA NEL DESERTO” (mt 34); il termine “deserto”, se tradotto dal greco, indica propriamente “luogo della solitudine” quindi si puo` interpretare: “IO SONO UNO CHE GRIDA NELLA SOLITUDINE DEL MIO IO”

[24] Essi erano stati mandati da parte dei farisei.

[25] Lo interrogarono e gli dissero: “Perché dunque battezzi se tu non sei il Cristo, né Elia, né il profeta?”.

Il “battesimo” era una particolare procedura esoterica, che il Battista di sua ispirazione (diceva di avere ricevuto l’ordine dall’alto di praticarlo) applicava sui suoi discepoli. Non si trattava del battesimo come noi lo conosciamo. Era una vera e propria tecnica che recava in sé alcune caratteristiche applicate anche nei riti iniziatici. Al contempo non si trattava neppure di una vera e propria iniziazione. Egli attingeva dai misteri alcune tecniche, per conseguire dati risultati. Per tal motivo i Farisei gli chiedono: “perché battezzi (ossia usi tecniche esoteriche che usavano gli iniziati: il profeta è un iniziato) se non sei né il Cristo, né Elia, né il profeta?”

[26] Giovanni rispose loro: “Io battezzo con acqua, ma in mezzo a voi sta uno che voi non conoscete,

Il Battista diceva, in modo occulto: “io sto preparando la strada ad un essere superiore; io annuncio che sta per venire colui che ci mostrera il modo per riacquisire la facolta` della veggenza, per ritornare a vedere il regno di Dio.
Allora gli uomini comprenderanno che Dio non vive in un luogo lontano inscrutabile, ma che è sempre stato affianco e dentro a loro. Essi ne hanno solo perso il ricordo e la visione. Io devo mutare la mentalita` degli uomini.”
Egli era un uomo inviato da Dio: l’ultimo Profeta.
Ora G.Battista e Gesu` qualora nei vangeli parlino della frase “il regno dei cieli e` vicino” indicavano che tramite il Cristo sarebbe accaduto un qualcosa che avrebbe ridonato agli uomini quella sopita e perduta facolta` chiaroveggente; tale Regno dei cieli, che e` in realta` il mondo spirituale, sarebbe disceso nuovamente sulla terra, fra gli uomini.

[27] uno che viene dopo di me, al quale io non son degno di sciogliere il legaccio del sandalo”.

[28] Questo avvenne in Betània, al di là del Giordano, dove Giovanni stava battezzando.

A cura di Tiziano Bellucci
Qui vedere un video sul tema:

Il pensare e il sentire: Dio in noi

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“Nel nostro sentimento di Dio, ci è dato non solo questo sentimento stesso, ma in pari tempo la garanzia che Dio esiste.” (Iacobi)
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Ma il materialista dice: “non è plausibile ciò: in realtà tale sentimento non compare perchè è un Dio a suscitarlo, ma a causa della paura dell’uomo stesso, il quale è bisognoso di qualcosa di soprannaturale che lo sorregga: si è così inventato un Dio a lui esterno che lo aiuti.”Si potrebbe confutare erroneamente ciò asserendo che un sentimento o un istinto non vi è senso che compaiano nella coscienza se non vi è richiesta o necessità. “Non posso sentire bisogno della fame se non ho fame”, direbbe lo spiritualista. E il materialista giustamente risponderebbe: “ma vi è invece bisogno! L’uomo ha fame e sete di immortalità!”
La prima vera confutazione potrebbe essere: “come si può essere affamati e assetati per un qualcosa di cui prima di cominciare a domandarmi sul senso della mia vita, non era stato mai presente in me? non mi aveva mai nutrito prima di allora. Se quella fame di immortalità compare in noi, appena cerchiamo un senso alla nostra esistenza, dobbiamo per forza averla sanata prima, in qualche tempo o in qualche luogo antecedente alla nostra nascita.” Ma ciò potrebbe risultare ancora troppo fantasioso, se pur plausibile…
Di contro lo spiritualista andrebbe a chiedere: “il sentimento di Dio sorge solo nell’uomo, non nella bestia; perchè?” e il Materialista: perchè l’animale non ha un’intelligenza quale si trova nell’uomo, che lo conduca a porsi il problema della sua mortalità, e quindi di conseguenza senza pensiero, non viene suscitata in lui nessuna paura della morte, nè quindi alcun bisogno di Dio.”
E lo spiritualista: “ma cosa è il pensiero, l’intelligenza?” Il materialista: “è il frutto dell’attività chimica del nostro cervello.”
E lo spiritualista: “mi pare che tu prenda un po’ troppo superficialmente in considerazione la cosa: tu insinui che così come un liquido ormonale viene secerno da una ghiandola, allo stesso modo il pensiero è secerno dal cervello. Ma la cosa sarebbe molto diversa se ponessi le cose in un altro modo: l’uomo può sperare e provare il sentimento di un Dio attraverso l’uso del suo pensiero; se non avesse il pensiero non avrebbe come dici tu, nè bisogno di sperare nè di credere, ma ignorerebbe tutto questo, non trovando in lui influssi che lo stimolino ad una ricerca.Il fatto è che il pensiero è Dio stesso; proprio perchè Egli è in noi e non nell’animale che è possibile sentirne il sentimento.”L’uomo ha sete e fame di un cibo che lo illumini circa la sua destinazione e la sua provenienza: la conoscenza; ma ciò si rende possibile non perchè in lui vi sia un’arto o una sostanza chimica che gli originino soltanto il dubbio. Il sentimento di Dio appare perchè nell’uomo stesso è istillato il principio Pensante primordiale dell’origine e dell’essenza di tale conoscenza.”

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