LA MIA VITA: la biografia di R. Steiner

Rudolf Steiner nasce nel 1861 a Kraljevic (allora Impero Austro-Ungarico, oggi Croazia). Figlio di un capostazione austriaco, già all’età di sette anni al comune principio di realtà associa percezioni e visioni di realtà ultra mondane: “distinguevo cioè esseri e cose ‘che si vedono’ ed esseri e cose ‘che non si vedono’.


LA MIA VITA

La biografia di R. Steiner

Libero studio e sintesi di Tiziano Bellucci, Luglio 2016-07-29

 “Posso dunque risolvermi a scrivere quanto segue, unicamente perché ho il dovere di mettere in giusta luce, con una narrazione oggettiva, alcuni giudizi errati sulla via mia vita e la causa alla quale mi dedico”.

 

 

 

Primo capitolo

I miei genitori erano originari dell’Austria inferiore. Io nacqui a Kralyevec il 27 Febbraio 1861 sul confine dell’ impero austro ungarico. Mio padre era un telegrafista dentro le ferrovie. Vissi molto tempo della mia infanzia vicino alle rotaie delle ferrovie.

Credo sia stato importante l’aver trascorso la mia infanzia in questo ambiente: esso mi attrasse verso il lato meccanico dell’esistenza.

A Pottschach nacquero ai miei genitori un figlio e una figlia. Due fratelli.

Le ferrovie stimolavano eccitavano la mia attenzione: lo stesso faceva il mulino e una filanda vicini a casa nostra. Entro i quali io non potevo accedere.

Io avrei voluto vedere, conoscere come funziona la vita nella filanda e nel mulino. Nella mia infantile mente (sette anni), vi era una convinzione: non serve a nulla far domande su qualcosa che non si può vedere.

(E’ evidente che Steiner bambino trovasse una relazione fra l’elemento meccanico e la legge operante nella natura, come se quest’ultima avesse elementi automatici in sé, legati al concetto deterministico di “Padre”).

Primo amore: la geometria

All’inizio dell’età scolare, scoprii nella stanza del mio supplente, un libro di geometria. Ne rimasi affascinato. Il fatto che fosse possibile vivere con l’anima nell’elaborazione di forme percepite in modo puramente interiore, senza impressione dei sensi esterni, mi dava somma soddisfazione.

Poter afferrare una cosa nello spirito mi dava felicità interiore. Il contatto con la geometria mi donò per la prima volta, la gioia.

Mi dicevo: “gli oggetti e gli avvenimenti percepibili ai sensi sono fuori, nello spazio; ma come questo spazio esiste al di fuori dell’uomo, così nell’interiorità umana c’è una sorta di spazio animico dove esistono gli esseri non sensibili e si svolgono avvenimenti spirituali”.

Nei pensieri percepivo –non astratti pensieri, come comunemente si crede- scorgevo rivelazioni di un mondo spirituale sulla scena interiore dell’anima.  Nella geometria scoprivo una manifestazione importante del tutto indipendente dall’uomo. Essa scaturisce grazie all’uomo, ma non è una sua invenzione: esiste di per sé. Nell’uomo arriva solo ad esprimersi, a mostrarsi.

Sentivo: nel modo stesso in cui si porta in sé stessi la geometria, bisogna portare la conoscenza del mondo spirituale.

Tramite la geometria si origina un esperienza in cui si avverte che l’anima può sperimentarla per forza propria.

Dichiarazione di Steiner della sua chiaroveggenza

La realtà spirituale era per altrettanto certa come quella del mondo fisico: ma avevo bisogno di giustificare questo, che per me era un fatto. Volevo poter dimostrare a me stesso che l’esperienza del mondo spirituale è  tanto poco illusione quanto poco lo è quella dei sensi.

Vivevano in me, due rappresentazioni che già prima del mio ottavo anno, erano una parte importante della mia vita dell’anima; distinguevo cioè esseri e cose “che si vedono” da esseri e cose che non si vedono”.

Nella geometria, del mio mondo infantile, trovavo la giustificazione del mio parlare di un mondo “che non si vede”.

In quel “mondo” vivevo volentieri. Perché avrei sentito come tenebra il mondo sensibile circostante se questo non avesse ricevuto luce da quello.

Racconto queste cose nella loro verità, sebbene la gente che cerca ragioni per considerare l’antroposofia una cosa fantasiosa possa trarne conclusioni dicendo che fin da bambino ero propenso a fantasticare e che quindi non meraviglia che più tardi si sia formata in me una concezione fantasiosa del mondo.

A otto anni cominciai a disegnare con il carboncino.

Sui dieci anni non ero ancora capace di scrivere correttamente né ortografia, né grammatica.

 

La religiosità da bambino

La mia anima amava immergersi nella solennità della lingua latina e nei culti religiosi. Fino al decimo anno fui a stretto contatto con il parroco.

L’insegnamento religioso e il catechismo erano di gran lunga meno efficaci nel mio mondo interiore, di ciò che il parroco compiva come ministro fra il sensibile e il soprasensibile.

Tutto ciò era per me sin dal principio, intimo e profonda esperienza.

Vivevo nel mondo sensibile: ma in realtà sentito e vivevo continuamente con quell’altro mondo.

Non ero un sognatore: anzi mi trovavo a posto nelle pratiche della vita.

2° capitolo

Mio padre decise che io “dovessi divenire un ingegnere ferroviario”. E quindi orientò le mie scuole in una direzione tecnica. Fui ammesso alla scuola tecnica, nella città vicina, nell’ottobre 1872, a 11 anni.

Non amavo la vita della città. Solo davanti alle vetrine dei librai sostavo volentieri.

Nella terza classe incontrai un insegnante che personificava l’ideale che mi stava davanti all’anima, che sentivo di poter imitare: insegnava aritmetica, geometria e fisica.

Disegnare con il compasso, la riga e la squadra divenne per me l’occupazione preferita.

La “visione spontanea”

Man mano che crescevo, sentivo di dovermi accostare alla natura, per poter prendere posizione di fronte al mondo dello spirito il quale mi stava innanzi come visione spontanea.

Mi dicevo: “posso orientarmi nel mio mondo spirituale interiore solo se il mio pensiero raggiungerà in se stesso una conformazione tale che lo renda in grado di penetrare fino all’essenza dei fenomeni della natura”.

Kant

Davanti ad un libraio scorsi il libro: “critica della ragion pura di Kant”. Esso divenne il mio primo riferimento filosofico circa il penetrare l’essenza delle cose. Iniziai a leggere Kant. Sentii in me la necessità di stabilire un accordo fra la filosofia astratta e la religione.

Tramite la mia religiosità interiore, avvertivo che lo spirito umano poteva, tramite la conoscenza, trovare la via al soprasensibile.

Il pensare come organo di percezione spirituale

Mi appassionava l’idea: “fin dove può giungere la facoltà umana di pensiero?” Sentivo che il pensare era una forza suscettibile di sviluppo, al punto da diventare una forza capace di abbracciare in se stessa, le cose e i processi del mondo. Per poter comprendere la base del mondo fisico.

Una “materia” che potesse esistere di per sé, al di là del pensare umano era insopportabile come idea. Ciò che era dentro le cose, doveva poter penetrare nei pensieri umani (I pensieri sono dentro le cose. Non è l’uomo che riflette sulle cose, ma sono le cose che si riflettono in lui, come pensieri).

Verso i quindici anni, grazie ad un medico, venni a conoscere la letteratura di Lessing.

Sentii poi lo stimoli ad interessarmi della storia dell’umanità, del divenire storico.

Arrivai a formarmi la domanda, con il tempo: “fino a che punto è possibile dimostrare che ciò che agisce nel pensiero è spirito, spirito reale?”

 

Terzo capitolo

Terminati gli studi delle scuole tecniche, mi trasferii con la famiglia vicino a Vienna per poter frequentare il politecnico di Vienna.

Iniziai a scoprire Fichte. Mi resi conto del passo che Fichte voleva fare al di là di Kant.

Ero arrivato a vedere nell’attività dell’io umano l’unico possibile punto di partenza per una vera conoscenza.

Mi dicevo spesso: “quando l’io è attivo e contempla la propria attività, abbiamo nella coscienza, in modo immediato, un elemento spirituale. Si tratta ora di esprimere in concetti chiari e coscienti ciò che in tal modo di contempla (la “presenza” di sé?).

A tal pro mi misi a studiare a trascrivere a modo mio  -siccome avevo le mie proprie opinioni- la “dottrina della scienza” di Fichte.

Fino ad allora mi ero tormentato per trovare entro i fenomeni naturali un concetto per definire “l’io”, ed ora al contrario volevo, partendo dall’io, penetrare nel divenire della natura.

“Per me esisteva un mondo di esseri spirituali; il fatto che l’io che è spirito, e vive in quel mondo di spiriti, era per me percezione immediata. La natura non voleva però trovar posto nel mondo spirituale, ch’era per me viva esperienza”.

(Steiner considerava così reale il mondo spirituale, tanto da non potervi trovare nessuna connessione con la materia. Gli mancava il punto di “comunicazione”, il ponte fra spirito e materia)

Sentii di dover concentrare in pensieri la mia percezione diretta dello spirituale. Ma per farlo dovetti ripercorrere il pensiero in altri filosofi. Krug, Shelling, Herbart, Hegel.

Nell’estate 1879 dovetti decidermi su quale strada dirigere il mio futuro: scelsi quella di diventare insegnante di scuole tecniche.

Mi iscrissi a matematica, storia e chimica.

Ebbero importanza speciale le conferenze al politecnico di Vienna di Karl Julius Schroer, sulla letteratura tedesca e Goethe, Schiller.

Il problema della libertà

Arrivò un tempo in cui cominciai a dirmi: “in quale misura è l’uomo, nelle sue azioni, un essere libero?”

Ascoltai vari filosofi dal vivo. Zimmerman, Brentano. Mi faceva profonda impressione sentirli parlare, rispetto al fatto di leggerli.

Lessi poi per la prima volta il Faust di Goethe.

Conobbi Schroer più da vicino. Mi invitava spesso a casa sua, dandomi indicazioni a complemento delle lezioni. Rispondeva volentieri alle mie domande, prestandomi libri della sua biblioteca.

Studiai a fondo la morfologia generale di Ernst Haeckel.

Il mondo spirituale era aperto al mio sguardo come realtà. Di ogni essere umano mi si rivelava l’individualità spirituale: essa si manifestava nel mondo tramite un corpo fisico, dato dai genitori. Potevo seguire l’essere umano oltre la morte, sulla sua via nel mondo spirituale.

Una volta, dopo la morte di un mio compagno, scrissi di lui ad un insegnante fidato, il quale però non colse nessuna realtà in quel mio lavoro.

La mia visione del mondo spirituale incontrava ovunque disinteresse: altri la relegavano nello spiritismo, modalità per me ripugnante.

L’incontro con l’erborista (iniziato)

Un giorno feci la conoscenza di un uomo, un semplice popolano che ogni settimana andava a Vienna con lo stesso mio treno. Raccoglieva per la campagna erbe medicinali, e le vendeva a Vienna nelle farmacie. Divenimmo amici: con lui era possibile parlare del mondo spirituale come con uno che aveva esperienza in proposito.

Era un uomo profondamente pio, ma immune da cultura scolastica. Aveva un sapienza elementare e produttiva. Egli si manifestava come se la sua personalità fosse l’organo di espressione per un contenuto spirituale che volesse parlare da mondi nascosti. Stando con lui era possibile immergere a fondo lo sguardo nei misteri della natura.

Spesso ho visto sorridere persone che si univano a noi, guardando questo “iniziato”, come uno strano tipo. Il suo modo di esprimersi a tutta prima era comprensibile solo se prima si imparava il suo “gergo spirituale”. Anche io al principio non lo comprendevo, ma dal primo istante ebbi per lui la più profonda simpatia. La sentivo come un anima proveniente da tempi remotissimi, che mi recava un sapere istintivo di epoche preistoriche.

Nulla si poteva imparare, in senso cognitivo, da quell’uomo. Era possibile però, se si era già veggenti, immergersi nel mondo spirituali in modo profondo, attraverso un altro essere che viveva in esso così saldamente. Andavo a volte a casa sua. Sull’entrata della casa vi erano le parole: “tutto riposa nella benedizione di Dio”.

Egli inoltre, aveva un sano senso dell’umorismo.

Quando la vita ci separò, egli rimase vicino nell’anima. Nei misteri drammatici Felix Balde è questo erborista.

Il pensiero come esperienza dello spirito

Sentivo che i filosofi non riuscivano a penetrare nello spirituale, ossia lo presentivano, dandogli però per veste dei pensieri astratti.

“La vita nel pensiero mi apparve gradamente come il riflesso, che irradiava nella mente umana, di ciò che l’anima vive nel mondo spirituale”.

Sorge una domanda: il mondo dei sensi è una realtà incompleta?

I pensieri mi apparivano come il mezzo attraverso il quale il mondo sensibile esteriore esprime se stesso.

Il concetto di spazio circolare

Mi si presentò l’enigma dello spazio. Immaginavo una retta che da destra si prolungasse verso l’infinito: e poi immaginavo la stessa retta che compariva alla sinistra e si congiungeva con il punto di partenza iniziale. La retta di destra, dopo aver compiuto un ampio cerchio, ritornava a sé. Il punto infinitamente lontano a destra s’identificava con quello infinitamente lontano a sinistra.

Cercai soluzioni anche riguardo l’enigma del tempo. Ma non riuscivo ad applicare gli stessi principi che applicai allo spazio per ricavarne una soluzione. Non era possibile ipotizzare che andando verso il futuro si potesse ritornare dal passato verso il presente.

Darwin

Il darwinismo mi appariva come un assurdità scientifica. Il derivare degli organismi inferiori da quello superiori mi sembrava un idea feconda, ma non riuscivo a farla conciliare con il mondo spirituale che io conoscevo: l’uomo proveniva da un mondo spirituale, non da quello animale.

 

Il pensiero come oggetto

A 22 anni, mi stavo sempre più convincendo del fatto che si poteva creare nell’uomo uno speciale stato di coscienza, non quando si riflette sui pensieri che provengono da percezioni o fatti sensibili, ma quando si medita su pensieri che l’uomo arriva a sperimentare quali pensieri stessi.

Si trattava di un “vivere nei pensieri”: un modo molto diverso dall’uso comune che si fa nel pensare scientifico o intellettuale.

Aumentando la concentrazione del pensiero, si scopre che la realtà spirituale le viene incontro.

Si trattava di elaborare un metodo che permettesse all’uomo di oltrepassare il pensare intellettivo astratto, per giungere ad un pensare superiore.

La veggenza spirituale percepisce gli esseri dello spirito, così come i sensi percepiscono gli esseri della natura. Ma nel suo pensare l’anima non è lontana dalla percezione spirituale, quanto lo è invece la percezione dei sensi tramite il pensare ordinario.

 

Quarto capitolo

La musica assunse a quei tempi per me, l’importanza di una crisi.

Il mondo dei suoni in sé era per me la rivelazione di un lato essenziale della realtà.

Dirsi impropriamente “io”

Mi stavo convincendo dell’uso improprio della parola “io”.

Molti materialisti dicono “io penso, io cammino, io parlo”: sostenendo che l’ente che produce il pensare, il camminare, il parlare sia il cervello. Pensavo essi avrebbero dovuto modificare il loro modo di esprimersi. Avrebbero dovuto dire: il mio cervello mi fa pensare, il mio cervello mi ha camminare, ecc. In realtà essi mentono a se stessi, mentre dicono “io”, perché l’io non è il cervello. L’ io è un principio che nulla può toccarlo o afferrarlo. Chi lo concepisce come una forma di manifestazione o produzione della materia cerebrale, semplicemente non lo conosce. O non ha volontà di conoscerlo.

Ad un certo momento venni eletto bibliotecario all’interno del centro di studi. Ebbi così una grande occasione di poter leggere molti testi. Divenni poi presidente del circolo studenti.

 

Quinto capitolo

Spesso mi intrattenevo con Schroer a dialogare. Avevo l’impressione, quando ero solo con lui, che un terzo fosse presente: lo spirito di Goethe.

Egli aveva nell’anima così profondamente collegata con Goethe, che diceva ad ogni idea che gli sorgeva nell’anima: “avrebbe Goethe pensato o sentito così”?

Chiamavo allora il mio modo di pensare “idealismo oggettivo”.

Per me l’essenziale nell’idea non è il fatto che essa si manifesti nel soggetto umano, ma che appaia inerente all’oggetto spirituale (archetipo o entità), come il colore è inerente a un oggetto sensibile; e che l’anima umana –il soggetto- percepisca l’idea, così come l’occhio percepisce il colore nell’essere vivente.

(L’idea o concetto è quindi un espressione qualitativa, l’ estrinsecazione sovrasensibile dell’essere spirituale a cui appartiene)

 

Mi avvicinai alla teoria dei colori.

La luce era invisibile, essa rimane al di là del sensibile. I colori non sono il prodotto della luce, ma si presentano quando al libero sviluppo della luce si frappongono degli ostacoli.

 

Forme materiali e spirito

Mi riaccostai agli studi di anatomia. Contemplai diverse parti dell’organismo animale e umano, vegetale. E giunsi a modo mio, alla concezione goethiana della metamorfosi. Mi resi conto che ciò che appare ai sensi conduce da se stesso a quell’altra immagine che a me era percepibile in modo spirituale.

Ad ogni forma sensibile corrisponde un archetipo nel mondo spirituale.

Quando meditavo sul pensare, sentire e volere umano, vedevo apparire di fronte a me, l’uomo spirituale fino a percepirlo in immagine.

Nella figura umana vedevo nella parte del capo come quella in cui lo spirito è più visibile: nella parte inferiore degli arti e del ricambio vedevo lo spirito nascondersi maggiormente. Nella parte centrale vi era una mediazione fra i due sistemi.

 

Sesto capitolo

Iniziai a fare l’insegnante privato. Durante questo periodo mi occupai di studiare Eduard con Hartman.

Fui raccomandato come precettore presso una famiglia di 4 ragazzi. Uno di essi si pensava fosse ritardato, idrocefalo. Si trattava di trovare il contatto fra l’anima e il corpo.

L’insegnamento a questo ragazzo divenne per me un inesauribile fonte d’apprendimento. Sono grato al destino di avermi posto in questa situazione in cui ho potuto conquistarmi una conoscenza vivente che non avrei mai potuto raggiungere per altre vie.

Guidai il mio allievo sino a farlo diventare medico. Come tale venne arruolato nella guerra mondiale e lì morì.

Nel 1884 dietro raccomandazione di Schroer mi venne affidato di curare la collezione per l’edizione delle opere scientifiche di Goethe. Comincia a pensare in modo nuovo.

 

Un nuovo metodo di osservazione e indagine

Mi convinsi che per spiegare i fenomeni organici, non era possibile usare lo stesso modello usato per indagare l’inorganico. Goethe divenne per me il Galileo dell’organico.

Goethe cercava prima di osservare l’evolversi di ogni singola mutazione della pianta. Poi si ritirava in silenzio e cercava di ripercorre i processi, facendo provenire ogni mutazione da quella precedente. L’insieme delle immagini, andavano a suscitare nel suo spirito, il “tipo” ossia la pianta “tempo”, la quale era l’essere invisibile che aveva reso possibile tutte le varie fasi di sviluppo della pianta.

Settimo capitolo

In una famiglia di amici che frequentavo, conobbi una ragazza. Entrambi ci amavamo ma non potevamo vincere la timidezza nel dircelo. Eravamo amici profondi. Ella era come un raggio di sole nella mia vita. Ma la vita più tardi ci separò.

Ricevette più avanti, un invito a partecipare alla casa della poetessa Maria Eugenia delle Grazie.

Ella riceveva ogni sabato sera. Vi trascorsi ore molto belle. Da lei si radunavano le più disparate correnti spirituali. Filosofi, medici, preti.

Sull’indagine delle vite passate

Spesso vi sono aspetti della personalità, della fisionomia e della gestualità di una persona che si sente bene non provengono da elementi ereditati dai genitori o dall’ambiente.

La capacità di scorgere vite passate non si ottiene “riflettendo” sui caratteri esteriori di una persona: la si sente suscitata in sé apparentemente dai caratteri esterni di quella persona, ma che vanno a stimolare un processo intuitivo.

Non si deve fare questo tipo di indagine mentre si è insieme a quella persona, ma solo quando la forte impressione ricevuta da lei a operare in noi e diventa come un ricordo vivificato, nel quale scompare l’apparenza sensibile e compare invece un elemento soprasensibile.

In questo periodo della mia vita conquistai le precise intuizioni sulle ripetute vite terrene dell’uomo. Contemporaneamente entrai in contatto con il movimento teosofico che ebbe origine da Melena Petrovna Blavatsky. E mi capitò fra le mani il libro “il buddismo esoterico” di Sinnet.

Fui grato al destino di farmi arrivare quel testo dopo che avevo sviluppato le mie convinzioni sulle vite passate: se fosse accaduto prima, a causa dell’antipatia che sentivo verso quel modo di presentare processi spirituali, quel testo mi avrebbe sicuramente stato di ostacolo sul mio cammino.

 

Ottavo Capitolo

Nel 1888 la mia vita interiore mi spinse ad una severa concentrazione spirituale: potevo starmene seduto nel più grande frastuono di un caffè ed essere nell’anima in uno stato di quiete totale.

Mi diveniva sempre più chiaro che più l’io scaturisce nell’anima umana, tramite la conoscenza l’anima diviene libera. L’uomo agisce allora in concordanza con la spiritualità del mondo la quale diviene creatrice non per una necessità, ma solo nell’attuazione del proprio essere.

A 27 anni mi trovai preso dai problemi della libertà e del mondo spirituale, i quali mi condussero poi alcuni anni dopo, a scrivere la mia Filosofia della libertà.

Nono capitolo

Nel 1888 feci il mio primo viaggio in Germania, a Weimar. Potei visionare quei manoscritti inediti di Goethe sugli studi scientifici. Mi immersi con ardore nello studio.

Secondo Goethe, l’uomo si trova nella sua coscienza ordinaria, lontano dalla vera essenza del mondo che lo circonda. E’ questa lontananza che suscita l’impulso a sviluppare nell’anima –prima di cominciare a conoscere il mondo- forze conoscitive che la coscienza normale non possiede.

L’uomo, se vuole conoscere l’essenza del mondo, deve passare ad un altro stato di coscienza.

Sorse così in me la domanda: “come continuare a costruire, sulle basi conoscitive di Goethe, per passare col pensiero dal suo modo di vedere a un altro modo che sia in grado di raccogliere in sé l’esperienza spirituale che a me risultava?”

Avevo un grande desiderio: conoscere Eduard von Hartman. Riuscii ad incontarlo a Berlino. L’incontro fu una delusione. Egli mi criticava, senza ascoltarmi interiormente.

Tornato a Vienna frequentai la casa di Marie Lang, nella quale si era inserita la teosofia della Blatvasky. Franz Hartman, portavo contributi teosofici. Il mio orientamento spirituale era in antitesi con quello di questo teosofo.

Per mezzo di Marie Lang conobbi Rosa Mayreder, una persona per cui ho conservato molta venerazione. Con lei parlai maggiormente della costruzione della mia Filosofia della libertà.

Decimo capitolo

Dopo i 30 anni, mi trasferii a Weimar dove lavorai 7 anni nell’archivio di Goethe e Schiller.

 Il pensare svincolato dai sensi

A quei tempi ero giunto a pensare: l’anima diviene attiva in modo superiore quando pensa senza attingere i suoi contenuti rappresentativi dal mondo dei sensi, sviluppando così un attività svincolata dalla percezione dei sensi. Il pensare libero dai sensi, conduce all’esperienza dell’essenza spirituale del mondo.

Il pensare organo di percezione

La percezione dei sensi e la conoscenza sensibile è solo un avanguardia della vera conoscenza riguardo l’essenza del mondo: in essa non si rivela tutto ciò che il mondo contiene.

La realtà del mondo in sé è costituita di essenza e apparenza. L’uomo a tutta prima prende coscienza dell’apparenza, incontra con i suoi sensi la veste illusoria del mondo.

Se però, all’atto del percepire l’anima di sforza di progredire e quindi di superare il pensare riflesso, realizzando il pensare svincolato dai sensi, allora l’illusione si compenetra di realtà, cessa di essere illusione.

Allora lo spirito umano incontra lo spirito del mondo, che per l’uomo, è nascosto dietro il mondo sensibile, ma vive ed opera in esso.

Quando il pensare si impossessa dell’idea, si fonde con le sorgenti primordiali dell’esistenza del mondo. Ciò che opera da fuori e dietro le cose penetra ora nello spirito umano, cosichè quest’ultimo diviene uno con la realtà oggettiva alla sua più alta potenza.

La percezione dell’idea nella realtà è la vera comunione dell’uomo. Il pensare ha, di fronte all’idea, la stessa funzione che l’occhio ha di fronte alla luce, così’ come l’occhio davanti al suono: diviene organo di percezione.

(Si parla del fatto di usare il corpo eterico e i suoi organi come strumento di percezione e indagine del mondo spirituale. Il corpo eterico è il corpo del pensiero. L’attività pensante è di fatto, un processo eterico. Dire di usare “il  pensare come organo di percezione” equivale a dire che trasferendo la coscienza nel corpo eterico il pensare cessa di essere –come di consueto- un attività di riflessione o associazione o mnemonica, e diviene un’altra cosa: uno strumento di percezione diretta della realtà spirituale)

Sentivo parte del mio destino riallacciare le mie concezioni a Goethe, anche se egli non era ancora arrivato sino alla visione immediata dello spirito.

Sulla libertà

Sino a che l’uomo agisce sotto la spinta dei propri istinti, tendenze e passioni, non è libero. Egli crede di essere questi attributi. Si identifica con essi, credendo di sentirsi autorizzato a rivendicare le loro richieste. Perché li ritiene scaturenti dal suo essere. Ma essi non nascono dal suo vero essere. In nessuna di queste attività è “veramente uomo”. Quello che sente agire in lui non è la sua vera entità. Sono impulsi che sorgono dalle necessità del corpo o da stimoli esterni. O da elementi subconsci a lui inconosciuti. Qui il suo vero essere non si manifesta affatto. Se egli mutasse il suo modo di pensare, se cambiasse coscienza allora verrebbe a conoscere desideri che sono molto diversi da quelli che ha ordinariamente. Quegli impulsi sarebbero davevro liberi, perché li scoprirebbe allineati con il pensare morale del mondo, con l’armonia divina del cosmo.

Sino a che si respinge la possibilità di poter assurgere ad un pensare superiore, non si può essere liberi. La libertà passa attraverso un superamento del pensare stesso da ente riflettente ad organo di percezione della realtà superiore.

I veri desideri del vero essere dell’uomo non assomigliano a nessun desiderio terrestre: sono intuizioni che egli sperimenta al di fuori dell’esistenza naturale, senza che nella sua coscienza ordinaria vi sia neppure il presentimento dell’esistenza di un mondo spirituale.

 

Undicesimo capitolo

Il mistico mi appariva come un individuo che non riesce a raggiungere un rapporto chiaro col mondo delle idee, incapace di scorgere lo spirito nelle idee. Si sente agghiacciare al loro contatto, è costretto a cercare il calore di cui l’anima di cui ha bisogno tramite il sentimento religioso.

Sentivo di dover respingere in toto la via che conduce allo spirito solo attraverso il sentimento.

Io cercavo la comunicazione con lo spirito tramite le idee, il mistico invece la cercava sfuggendo dalle idee.

Quando si arriva alla vera visione dello spirito, essa assegna i suoi limiti a ciò che è elemento personale: l’ego umano cessa di agire, quando si diviene chiaroveggenti in senso puro, perché l’anima si trasforma in strumento di visione, non di giudizio.

Il mio dubbio era: le mie idee, le mie ricerche devono comunicarle al pubblico in forma mistica o in forma scientifica?

 

Dodicesimo capitolo

Goethe ispiratore di Steiner

Goethe evitava di tentare un interpretazione del mondo spirituale.

Egli quando parlava della natura era immerso nello spirito. Voleva sì sentire se stesso nello spirito, ma non voleva pensare se stesso nello spirito. Temeva di cadere nell’astrazione. E quindi non ne parlava per devozione.

Il lavoro che per destino “mi toccò” di compiere riguardo all’edizione delle opere di Goethe mi indico la modalità sul “come” esprimere le mie esperienze spirituali.

Durante il mio lavoro sui suoi scritti, Goethe mi era sempre vicino in spirito.

All’uomo non è dato fin dal principio il suo vero essere, la vera autocoscienza: egli deve conquistarla dopo aver raggiunto un intesa della coscienza umana con se stessa”.

Nel volere la libertà viene esercitata; nel sentire viene vissuta; nel pensare viene riconosciuta. Per raggiungere questo bisogno non perdere, nel pensare, la vita.

Schiller diceva che l’uomo si pone in questo stato quando fa arte: si pone in una condizione che non è dettata dalla natura, e neppure è derivata dalla ragione. (vedi accenno alla favola della Bella Lilia a pag. 137)

 

Tredicesimo capitolo

Venni a conoscere i libri di Nietzsche. Ciò che scriveva mi attraeva e mi respingeva. Molte cose che egli diceva mi erano estremamente familiari nell’esperienza spirituale, al contempo lo sentivo come una delle più tragiche figure contemporanee.

Conobbi anche Josef Breuer, il quale collaborò al fianco di Sigmund Freud alla nascita della psicanalisi.

Quattordicesimo capitolo

Incontrai Hermann Grimm.

Quindicesimo capitolo

A Weimar tenni le mie prime conferenze.

La prima si intitolava: la fantasia quale creatrice di civiltà.

Volevo mostrare come la fantasia sia la porta per la quale le entità del mondo spirituale, attraverso l’uomo, esplicano lo loro attività creativa nell’evoluzione della civiltà.

In essa spiegai che durante il sogno le sensazioni esterne non si sperimentano come nella coscienza di veglia, bensì in una metamorfosi simbolico-immaginativa. Anche i processi del corpo subiscono una vigorosa elaborazione nelle profondità dell’anima.

Poco tempo dopo, ad una cena conobbi personalmente Haeckel.

Sedicesimo capitolo

Dopo il 1890, mi ritornava spesso alla mente la fatica che da bambino facevo per entrare in contatto con il mondo sensibile, e come mi era familiare invece il mondo soprasensibile.

Imprimermi nella memoria dati esteriori era stato sempre molto faticoso: dovevo vedere e rivedere parecchie volte un oggetto della natura per arrivare a sapere come si chiamasse, in quale categoria la scienza lo classificasse. Il mondo sensibile aveva per me un carattere d’ombra, d’immagine.

Diciassettesimo capitolo

Ero sempre costretto a risolvere solo tra me e me tutto quanto riguardava le mie concezioni spirituali.

Uscì la filosofia della libertà. Cercai di spiegare in quel testo, che non dietro il mondo sensibile esiste un mondo spirituale, ma che dentro il mondo sensibile vi è il mondo spirituale. L’essenza del mondo spirituale rimane nascosto alla coscienza umana fino a che l’anima percepisce unicamente per mezzo dei sensi. Il mondo sensibile rimane fenomeno solo finchè la coscienza non riesce a compenetrarlo tramite l’intuizione.

Mèta del processo di conoscenza è la viva esperienza cosciente del mondo spirituale, al cui cospetto tutto si risolve in spirito.

Diciottesimo capitolo

Incontrai Nietzche. Era già malato, di pazzia, sul divano. Mi fissava senza vedermi. Vidi la sua anima ancora incatenata al corpo. Scrissi quella mia esperienza spirituale nel libro “Nietzche lottatore del suo tempo.

Sua sorella mi affidò l’incarico di riordinare la biblioteca del fratello.

Trascorsi là diverse settimane.

Diciannovesimo capitolo

Mi sentivo molto solo in quel tempo, rivolto da un lato a Goethe, da un altro lato a Nietzche.

Ventesimo capitolo

Cominciai a frequentare e ad abitare con una famiglia, e dopo qualche tempo un parente defunto, si mise in contatto con me: nella casa c’era la biblioteca di quel defunto, uomo di profondi interessi spirituali. Come mi accade anche in precedenza, avvenne che mi fu dato di avvicinarmi a due anime durante il loro soggiorno nel kamaloca.

Ebbi dunque a quei tempi uno stretto legame con quelle due anime.

Si trattava di due persone che non avevano partecipato alla vita pratica e avevano portato nel mondo spirituale non i frutti di una vita nel materialismo, come avviene di solito, ma solo quello che in esse si era prodotto in termini di elaborazione di pensieri. Vidi che i valori di desiderio materialistico alienino le anime dopo la morte, e mentre-come in questi caso- che pensare lo spirito nella materia invece aiuti i disincarnati.

Non praticai mai lo spiritismo: andai sempre per vie diverse. Penso anzi che lo spiritismo del nostro tempo sia la deviazione spirituale di anime che cercano lo spirito in maniera esteriore, quasi sperimentale, perché non sanno più sentire la realtà, la verità e la schiettezza di una ricerca davvero conforme allo spirito.

La fantasia morale

In filosofia della libertà parlai della “fantasia morale” come la sorgente della moralità di ogni singola individualità umana. Si tratta di una forza che in tutti i campi rende possibile l’irrompere del mondo spirituale entro il singolo individuo. Ovviamente per poter far scaturire entro di sé questa “forza di fantasia morale” occorre prima sviluppare le facoltà superiori dell’immaginazione, ispirazione e intuizione.

 

Il meditare su “pure idee”prive di immagini

Ero convinto che occorresse anzitutto riconoscere che la giusta via per penetrare nel mondo spirituale passi a tutta prima attraverso l’esperienza di idee pure.

Mettevo in evidenza che, come l’uomo può avere un esperienza cosciente che gli proviene dai sensi (calore, suono, colore) allo stesso modo può sperimentare anche pure idee, che non recano in sé nessun elemento sensibile: prive di qualsiasi figurazione o forma esteriore. (le idee archetipiche: il bello in sé, la giustizia in sé, il popolo italiano in sé)

In queste idee prive di immagine, lo spirito è reale, vivente.

Mi dicevo: ogni esperienza spirituale umana deve germogliare nella coscienza partendo da questa esperienza delle idee pure.

Quando si vive nelle idee pure, si vive nello spirito.

E’ possibile secondo una scienza moderna di indagine, penetrare nel mondo spirituale attraverso la spiritualità vivente nelle idee. Se lo si fa nel modo e con l’intensità giusta può avvenire che dal mare della generale esistenza spirituale (dal mondo delle idee), si stacchino e si rendano visibili per la percezione umana, individualità spirituali senzienti e creatrici.

Per il fatto che io cercavo l’esperienza spirituale a tutta prima attraverso le idee, mi si fraintendeva, accusandomi di razionalista o intelettualista.

Ventunesimo capitolo

Scrissi allora la concezione goethiana del mondo. Sin da piccolo dovetti conquistarmi con grande fatica tutto quanto si riferisce alla conoscenza del mondo esteriore. Goethe mi aiutò a farmene un idea vivente, corrispondente alle mie facoltà spirituali.

 

Capitolo ventiduesimo (capitolo da rivedere, molto complesso)

Il cambiamento di capacità percettiva. Il percepire puro

Avevo 36 anni, al termine del mio soggiorno a Weimar.

Mi era sembra stato difficile non poter riversare l’esperienza dell’anima in profondità negli organi di senso, così da poter avvertire anche ciò che i sensi sperimentavano. Ciò si mutò dopo tale età.

La mia capacità di osservazione per le cose subì una metamorfosi nel senso che divenne più precisa, più esatta in ogni ambito della vita esteriore. Mentre prima tutto viveva dentro di me, nell’anima e nel pensiero ora si destò in me un attenzione, prima inesistente, per tutto ciò che si percepisce con i sensi. I particolari mi divennero importanti. Sorse il sentimento che il mondo dei sensi avesse da rivelarmi qualcosa che esso soltanto può rivelare.

E considerai come un ideale l’imparar a conoscerlo unicamente attraverso ciò che esso ha da dire, senza che l’uomo vi introduca nulla né col pensiero, né con altro contenuto della sua anima.

Scopri che gli esseri umani, non giungono ad afferrare con purezza né il mondo spirituale né il mondo fisico: passano troppo presto dal loro mondo interiore al mondo fisico. Mischiano di continuo istintivamente ciò che le cose dicono ai loro sensi con ciò che l’anima sperimenta dentro di lei tramite il suo spirito. Sorge così un modo errato, mutilato di formarsi una giusta rappresentazione delle cose osservate.

Affrontavo il mondo in modo oggettivo, libero da ogni elemento soggettivo dell’anima.

Concentravo la mia attenzione in modo da accogliere in modo assolutamente oggettivo, attraverso il solo uso dei sensi, ciò che di una persona, di un fatto o cosa mi si presentava. Evitavo scrupolosamente di inserire in ciò che gli uomini facevano giudizi personali, considerazioni o critiche, mi sottraevo dal sentire antipatia o simpatia nel mio rapporto con loro. Volevo semplicemente lasciare che l’uomo, così come era, agisse su di me.

Risultò che osservare il mondo in questo modo, introduce veramente nel mondo spirituale.

Nel momento in cui si osserva il mondo fisico, si esce completamente da se stessi; e appunto grazie a ciò, si rientra nel mondo spirituale con un accresciuta capacità di osservazione spirituale.

Mi dicevo: ecco, il mondo è pieno di enigmi. La conoscenza vorrebbe risolverli: gli enigmi però non si risolvono per mezzo dei pensieri. I pensieri servono solo ad introdurre l’anima sulla via di possibili soluzioni. I pensieri non hanno soluzioni in sé.

Il mondo intero è un enigma: e l’uomo stesso ne è la soluzione.

Ciò che il singolo uomo può spiegare dell’enigma del mondo, dipende e corrisponde alla misura in cui egli ha conosciuto se stesso, quale essere umano.

La conoscenza nell’uomo è la sua partecipazione a ciò che esseri e avvenimenti, nel mondo spirituale e nel mondo fisico, hanno da dirsi.

La conoscenza reale può scaturire dalla dedizione oggettiva all’osservazione pura e limpida dei sensi.

Attraverso il percepire puro mi era dato un nuovo mondo, un nuovo modo di indagine.

Non appena l’intera essenza del mondo sensibile agiva su di me solo attraverso i sensi, senza che io la pensassi, mi stava dinanzi un enigma quale realtà. E la soluzione dell’enigma era in me.

L’uomo come organo di percezione degli Dèi

L’uomo non è un essere che ha il compito di creare solo per sé i contenuti della sua conoscenza, ma suo ruolo è di offrire la sua anima come palcoscenico sul quale il mondo possa cominciare a sperimentare in parte la sua esistenza e il suo divenire. Senza la conoscenza umana, il mondo rimarrebbe incompleto.

L’uomo è chiamato a diventare un collaboratore alla creazione del mondo, non un riproduttore di copie dei pensieri presenti nella natura.

Nacque in me allora una profonda esigenza vitale di meditare sistematicamente, per realizzare una conoscenza del mondo. Meditavo già, ma non in questo modo “puro”.

Avevo bisogno di meditare, così come il corpo ha bisogno di respirare.

Le tre conoscenze (da pag 246 a pag 252, consiglio di ristudiare a mente lucida)

In questo periodo il rapporto fra conoscenza concettuale tramite i sensi, e la visione spirituale si trasformò in me, in un esperienza in cui partecipavo interamente.

Mi apparvero possibili 3 forme di conoscenza:

  • la conoscenza concettuale che si accende con i sensi; l’anima se appropria e le fissa con la memoria;
  • conoscenza vivente (tramite la concentrazione entro il corpo eterico)
  • conoscenza spirituale (uscendo dal corpo fisico)

 

Capitolo ventitreesimo

Mi chiedevo: nell’uomo che non ha una volontà libera, che si fa guidare dagli istinti della natura, quale è la via che conduce alla volontà libera, veramente morale?

Si trovare una risposta occorre considerare che in ogni singola anima vive il mondo spirituale; dall’anima scaturisce la moralità; nel suo essere del tutto individuale, l’impulso morale deve prendere vita.

Leggi morali (comandamenti) che provengono dall’esterno dell’uomo non possono diventare in lui impulsi morali,  se accolti solo tramite l’imposizione, l’accettazione o la sottomissione della volontà; ma possono diventarlo solo se l’individuo sperimenta tali leggi in forma del tutto individuale come spiritualità vivente presente anche in lui.

“La libertà vive nel pensiero dell’uomo; e non è la volontà ad essere direttamente libera, bensì è il pensiero che dà forza alla volontà”.

(ad es. scegliere di praticare una disciplina che conduca all’iniziazione –che a tutta prima esige una certa sottomissione alle sue regole- è usare il pensiero per dare forza alla volontà. La libertà si esprime massimamente qui, in quanto si decide di fare qualcosa anche di inizialmente non conveniente, ma che porta ad un risultato superiore, che chiede un sacrificio iniziale).

Nelle mie meditazioni, sentii che l’ordinamento morale del mondo era l’espressione di ordini, colloqui, parole provenienti dai mondi spirituali verso la terra e l’uomo, che chiede di essere accolto solo da chi sia in grado di riconoscere lo spirito come realtà.

Quando l’individuo non è in grado tali “direttive morali” sono leggi, comandamenti, obblighi.

Quando l’individuo partecipa al mondo spirituale in modo vivente queste “imposizioni” assumono un’altra veste: vengono sentite e riconosciute come deliberazioni presenti nella sua individualità.

Ventiquattresimo capitolo

Venticinquesimo capitolo

  Ventiseiesimo capitolo

Chiesa e chiaroveggenza

Tutto ciò che fa parte della religione è prescrizione di precetti morali che provengono da rivelazioni comunicate da chiaroveggenti (profeti) del passato.

Si tratta di leggi che arrivano all’uomo dall’esterno.

A questa modalità dogmatica si opponeva la mia concezione dello spirito, che non si accontentava di “rivelazioni altrui” ma voleva sperimentare il mondo spirituale come sperimenta il mondo fisico. E vi si ribellava pure il mio individualismo etico, che riconosceva la vita morale non da comandamenti esterni, ma tramite uno sviluppo dell’essere umano che potesse fare affiorare in lui la sua stessa parte divina.

Io vedevo nel pensiero una opportunità di penetrare nello spirituale: ma per chi non ha come me, la capacità di vivere nello spirituale, questi miei propositi potevano venire visti come mere attività di pensiero.

Per chi indaghi il mondo fisico con la sola attività mentale o intelettiva, vi sono entità arimaniche, che subito si inseriscono fra il mondo e la sua anima portandolo alla convinzione che tutto il mondo sia propriamente meccanico. Che tutto sia sorto dal caso e vada avanti come spinto da un inerzia.

In tempeste interiori dovetti preservare la mia visione spirituale da questi esseri.

Il cristianesimo che io sentivo, non lo riuscivo a trovare in nessuna confessione religiosa. Dovetti immergermi io stesso nel cristianesimo, nel mondo in cui lo spirito stesso ne parla.

Molti credono che io abbia elaborato la visione antroposofica del Cristo, rifacendomi ad antiche tradizioni gnostiche. Ma non è così.

Ebbi in quel periodo esperienze spirituali importanti: mi trovai davanti al mistero del Golgota nella sua più intima e profonda solennità della conoscenza.

Sentii lo stimolo di scrivere il cristianesimo quale fatto mistico: in quel testo scrissi ciò che potei attingere dal mondo spirituale stesso. Ciò che scrissi e dissi sui vangeli non fu frutto di riflessione, ma di mie ricerche spirituali.

Capitolo ventisettesimo

In Hegel vedevo il massimo pensatore moderno; ma egli era appunto soltanto un pensatore. Per il mondo spirituale era nel pensiero (come per diversi antroposofi da me conosciuti).

Il mondo spirituale si rivela dietro al pensiero solo quando il pensiero si rafforza durante e tramite una speciale pratica interiore il cui corpo (veicolo) è in certo modo pensiero, e che accoglie in sé come anima, lo spirito del mondo.

Ebbi anche interesse per Max Stirner.

Nel 1898 mi trovai davanti ad una prova spirituale. Rischiai di essere trascinato in un abisso a causa della mia concezione sull’individualismo etico. Dall’esoterico potevo deviare nell’exoterico.

(probabilmente in Steiner si affacciò la possibilità di prendere una via “filosofica accademica, ossia di una divulgazione “exoterica” pubblica, o una via esoterica, più spirituale)

Il primo matrimonio

In quel periodo mi trasferii a Berlino e mi sposai civilmente con la signora Eunike.

Capitolo ventottesimo

Fui invitato ad insegnare in un istituto di cultura operaia.

Vi erano molti adulti e pochi giovani. A causa di questo contatto, altre società mi invitarono a tenere conferenze di scienze naturali.

Capitolo ventinovesimo

Trovai, nell’ambiente esoterico, molti conservatori che non desideravano che la conoscenza occulta venisse diffusa. Sentii che io dovevo “rompere” questa regola anacronistica, per quei tempi.

La condizione per comunicare verità occulte

E’ importante portare le persone, per gradi, alla conoscenza dello spirito, e di non ammettere nessuno ad un grado in cui si diano le comunicazioni superiori del sapere, se prima non conosca quelle inferiori. La stessa regola che si segue per le scuole statali inferiori e superiori.

Io comunque non impegnato di fronte a nessuna confraternita per il mantenimento del segreto, perché non attingevo da nessuna “sapienza antica”. La mia conoscenza proveniva dalla mia propria ricerca spirituale. Solo dopo potei dimostrare una concordanza fra le mie indagini e altri saperi esoterici “antichi”.

Capitolo trentesimo

Venni invitato nel 1899 a tenere conferenze presso la società teosofica dai conti Brockdorff.

Io dichiarai che non volevo aderire a tradizioni esoteriche, ma che avrei parlato a nome di ciò che esclusivamente proveniva da me.

La letteratura teosofica mi era assai poco nota. E ciò che conoscevo di essa, mi era antipatica, sia per il metodo, sia per l’atteggiamento.

Queste mie prime conferenze presso i teosofi furono poi pubblicate sotto il nome: “i mistici all’alba della vita spirituale”.

Marie von Sivers

A queste conferenze comparse Marie von Sivers, la quale fu scelta poco dopo come direttrice della sezione teosofica tedesca. Nell’ambito di quella sezione potei svolgere la mia attività antroposofica davanti ad un uditorio sempre più numeroso.

Nessuno era all’oscuro sul fatto che io esponevo nella società teosofica il frutto di mie indagine personali, perché continuamente e apertamente lo ribadivo.

Esponevo i frutti delle mie indagini ad un pubblico di teosofi, perché quell’ambiente era l’unico che a quei tempi potesse accoglierlo, senza riserve.

L’anno seguente mi trovai a fare conferenze sul Cristo.

La concezione che io portavo del Cristo si trovava in contraddizione con quella teosofica. Io lo vedevo come un essere cardinale dell’evoluzione, la teosofia lo annoverava come uno dei tanti profeti.

In quel periodo Marie von Sivers dimorò in Italia a Bologna, dove lavorò per la società teosofica del gruppo di Bologna.

Mi trovai nel 1902  a tenere conferenze in Inghilterra. Conobbi il teosofo Mead.

Più fuggevole fu la conoscenza con Annie Besant e con Sinnet.  Non feci conoscenza con Leadbeater che senti solo parlare durante conferenze, senza che mi facesse alcuna speciale impressione.

 Capitolo trentunesimo

Nel libro Teosofia, ogni passo descritto è derivante da visione spirituale.

Nel 1902 io e Marie von Sivers si assunse la direzione della società teosofica tedesca.

Ella era animata da passione per l’arte ed aveva studiato nelle migliori scuole di Parigi per l’arte drammatica, la recitazione e la declamazione.

Tra le varie accuse contro di me, spicca quella in cui io mi sarei servito della società teosofica come trampolino di lancio per le mie attività.

Al principio quando accettai di farne parte, essa era l’unica istituzione degna di essere presa sul serio. Poi vi fu una decadenza, in cui si diffuse un settarismo e un fanatismo poco gradevole.

Già nel 1906 apparvero manifestazioni decadenti spaventose, quali lo spiritismo. Si raggiunse il colmo quando si vide in una personalità induista il Cristo reincarnato.

Si fondò persino la Stella d’oriente, per sostenere queste assurdità.

Queste furono le motivazioni affinché avvenne una separazione e fummo esclusi dalla società teosofica, nel 1913. Venne allora fondata la società antroposofica.

Trentaduesimo capitolo

Mia intenzione era di portare il metodo scientifico di indagine come canone per l’indagine soprasensibile.

Ma per questo modo, di dare forma scientifica alla conoscenza spirituale, presso i teosofi non vi erano persone che avessero comprensione o interesse.

Essi usavano una base atomistica, quindi materialistica come fondamento, base della conoscenza teosofica.

Si parlava di atomi, di molecole, quali parti primordiali della sostanza. I fenomeni della natura venivano spiegati in modo pseudo scientifico prendendo a prestito nomenclature scientifiche.

Si costruivano complicati sistemi molecolari o atomici, riconoscendoli come base per l’attività dello spirito.

La cosa più assurda era che si paragonavano processi materiali con processi spirituali, correlandoli analogicamente, quasi come se le leggi della materia dovessero per forza avere somiglianze anche nello spirito. I fenomeni materiali erano quindi come una copia di fenomeni spirituali.

Si pretendeva di chiarire lo spirito, spiegandolo con sostanze e leggi fisiche.

Si voleva far credere che l’invisibile era una mondo in cui accadono processi simili a quelli visibili. Che il mondo fisico fosse una copia visibile di processi che avvengono nel mondo spirituale.

Dopo la fondazione della sezione teosofica tedesca, fondai con Marie von Sivers la rivista Lucifer.

Il testo l’Iniziazione ebbe origine da articoli singoli che furono dapprima pubblicati numero dopo numero sul Lucifer Gnosis.

La stessa cosa si può dire del testo dalla cronaca dell’akasha.

La scuola esoterica teosofica

Quella scuola risaliva alla Blavatsky. Si trattava di un circolo ristretto e riservato di uditori, a cui erano riservati alcuni insegnamenti più profondi.

La Blavastsky era un individualità in cui la conoscenza si presentava attraverso un singolare atavismo –tipico nelle antiche scuole dei misteri- cioè uno stato di coscienza che era simile allo stato di sogno.

La Besant insegnava in questa classe esercizi indiani, che io rifiutavo.

Quindi creai separatamente, una sezione della scuola diversa, secondo il mio indirizzo antroposofico.

E’ del tutto ingiustificato trarre da questa relazione -seppur distinta- con la Besant l’accusa in cui viene detto che io sia giunto alla conoscenza esoterica soltanto per mezzo della scuola esoterica della Besant.

La Besant aveva un certo diritto di parlare del mondo spirituale per propria esperienza interiore:  ma più tardi ciò fu sopraffatto da fini esteriori. Ciò che diceva veniva realmente dal mondo spirituale. Soltanto che le mancava la possibilità di applicare e comprendere una forma moderna della conoscenza spirituale. Ella cercava di emulare o ritornare all’antica coscienza sognante, soffocando la coscienza di veglia.

La conoscenza antroposofica priva di pericoli

Ciò che proviene da una veggenza dell’anima cosciente, come quella realizzata tramite l’antroposofia, è una conoscenza che può essere divulgata senza alcun timore, perché si rivolge ad una sfera dell’anima e ad individui che possono accoglierla e comprenderla solo se in loro vi è una data predisposizione. Essa non reca in sé pericoli di essere usata in modo non pertinente: in realtà di protegge da sé, perché richiede un attiva volontà del ricevente nel poter essere accolta e compresa.

La conoscenza medianica pericolosa

Nella divulgazione della conoscenza che proviene da sfere non coscienti, quindi medianiche o subcoscienti, può invece divenire pericolosa.

Tali dottrine possono essere solo accolte dal subcosciente e non da una elaborazione cosciente; serve una guida, un maestro che sappia “formare” un discepolo in grado di saperle accoglierle

con l’appropriata preparazione e purificazione. Tutto questo deve essere trattato con grande oculatezza, perché si tratta di forze che possono diventare distruttive se non gestite intimamente da persona a persona, appunto una guida che abbia predisposto un allievo ad accoglierle in modo subcosciente. Quindi sarebbe un errore esporle ad un pubblico non preparato a questo tipo di forze. Esse potrebbero danneggiare gli ascoltatori, anche a loro insaputa.

Dal 1902 avevo la facoltà di vivere completamente nel mondo spirituale: avevo immaginazioni, ispirazioni e intuizioni le quali solo gradatamente vennero ad esprimersi nei miei scritti successivi.

Trentatreesimo capitolo

Gli anni dal 1901 al 1908 furono quelli in cui vissi con tutte le forze dell’anima sotto l’impressione dei fatti e del mondo spirituale che venivano a me. Si svilupparono conoscenze speciali.

Il mio stile di scrittura non è tenuto in modo da far trapelare miei sentimenti soggettivi. Mentre scrivo, attutisco ciò che sale dall’intimo calore e dal profondo sentimento, in uno stile asciutto, matematico. Ma solo questo stile può essere un risvegliatore, perché il lettore deve suscitare in se stesso il calore e il sentimento; non può lasciare che, in uno stato di coscienza smorzata, essi vengano in lui “travasati” dall’autore.

Trentaquattresimo capitolo

Nella società teosofica non si coltivavano le arti.

A me e a Marie von Sivers premeva invece molto dar vita nella società anche all’elemento artistico.

Trentacinquesimo capitolo

Chi voglia seguire la mia lotta interiore e il mio lavoro per portare l’antroposofia davanti alla coscienza dei contemporanei, deve farlo avvalendosi dei miei libri pubblicati.

I cicli di conferenze non erano pensati per un pubblico. Poi vennero dati ai soci. Ed ora sono pubblici. Ma siccome non ebbi il tempo di rivederli, in essi sono contenuti degli errori.

Trentaseiesimo capitolo

La società massonica

Dopo alcuni anni della mia attività teosofica venne offerta a Marie von Sivers e a me la direzione di una società che conservava l’antico simbolismo e le cerimonie di culto ove era incorporata la sapienza antica.

Era una corrente massonica rappresentata da Yarker. Vi istituii un attività rituale simbolica.

Non era una società segreta: non si entrava in un ordine, ma che si sarebbe vissuto durante le cerimonie rituali, una specie di dimostrazione delle conoscenze spirituali.

Nei culti venivano invitati membri di ordini differenti, e quello che veniva attuato era assolutamente diverso da quel che praticavano nei loro ordini.

Quando firmai le formule dell’ordine mi dissi: tutto questo è formalità; l’istituzione da me costituita non prenderà nulla da Yarker.

Non ho mai usato la mia percezione spirituale per investigare le intime intenzioni del prossimo: non si può abusare della facoltà superiore. Investigare le anime altrui è come aprire senza permesso una lettera altrui.

Trentasettesimo capitolo

Viaggiai in quel tempo con Marie von Sivers e visitai molte opere d’arte. Conobbi Edouard Shurè, a Parigi.

Trentottesimo capitolo

 

Fine